Antonio e Marco, detenuti inseriti nel progetto Ex Novo: “Dal carcere una bella opportunità”

Il giudice di sorveglianza Paolo De Meo: "La cosa importante è cercare di recuperare i detenuti. Oggi esistono troppi pregiudizi fuori"

La direttrice Maria Gabriella Lusi con i due detenuti che coltivano le fragole

“Questa per me è una storia di speranza, ho la possibilità di abbandonare una vita dedita al crimine. Di rifarmi da capo una nuova vita. Sono romagnolo, originario di Faenza, ho lavorato nei frutteti, per me l’orto è un’esperienza nuova”. Marco, assieme all’altro detenuto Antonio, sono coloro che si occupano della parte pratica del progetto Ex Novo, sono loro i veri protagonisti.

Lui ha 34 anni e ancora 11 mesi “e 20 giorni” da scontare, tiene a precisare, e crede che questo progetto possa aiutarlo al reinserimento nella società. Oltre a lui si occupa della coltivazione di fragole si occupa anche Antonio, che nella vita ha studiato Agraria.

Antonio ritiene giusta la possibilità di una “misura alternativa, con rispetto e fiducia. Ci sono molti pregiudizi della società nei nostri confronti. Questo è il frutto del nostro lavoro. Ho lavorato tanti anni in agricoltura ma con le fragole è la prima esperienza. Il carcere mi ha dato una bella opportunità, sono 4 anni e 3 mesi che sono alle Novate, ho 45 anni e vengo da Brindisi. Ho lavorato per 3 anni e poi mi è stata data questa opportunità. Sono vicino alla libertà, perciò la prima domanda che mi pongo e cosa succederà dopo”.

Maria Gabriella Lusi ha sottolineato durante la conferenza stampa che il trattamento riservato ai detenuti in questione si colloca all’interno dell’art. 21 dell’Ordinamento penitenziario. «Il loro programma è fatto di prescrizioni, è sottoscritto dal direttore e approvato dal Magistrato di sorveglianza. E’ sempre importante questa sinergia per lo sviluppo di queste progettualità».

«Il lavoro in carcere – ha detto la direttrice – è centrale ma deve essere un’occasione professionalizzante a tutto tondo. Non mi piace l’idea di concedere “sconti” ai detenuti che lavorano in carcere anzi, forse proprio nel loro caso non è l’aspetto retributivo quello che deve motivare ma la ricerca di un nuovo sé, di nuove consapevolezze, di nuove abilità e di nuove competenze».

Paolo De Meo nel suo intervento ha voluto rimarcare l’importanza dell’uomo, non del detenuto. «Esistono delle sanzioni per i detenuti che sgarrano, ma la cosa importante è cercare sempre e comunque di recuperarli, e questo è sempre più difficile oggi, dove la comprensione fuori è molto bassa, anche perchè non ci si vuole sforzare».

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