Chiara Cetta è volata in Pennsylvania per studiare finanza. “Di Piacenza mi mancano le vasche con le amiche”

La piacentina Chiara Cetta studia finanza alla St. Francis in Pennsylvania

Ci sono luoghi e scenari che per quanto lontani migliaia di chilometri sono per noi famigliari, quasi si trovassero dietro l’angolo. Una suggestione possibile grazie alle centinaia di film americani che ci raccontano spaccati di vita oltreoceano, fra le fumose strade di New York piuttosto che su una spiaggia Californiana o in un campus universitario. Proprio in un college degli Stati Uniti si trova, al momento, Chiara Cetta, piacentina 20 anni (21 a breve) iscritta al terzo anno della laurea triennale in Economia e Finanza dell’Università di Parma.

Superata la differenza di fusi orari, parte la nostra chiacchierata a distanza facilitata da WhatsApp.

Che corso stai frequentando in America?
«Studio sempre economia e finanza per completare il mio ciclo italiano. Sostengo degli esami che avrei dovuto dare a casa e che l’Università di Parma mi riconoscerà. Una volta rientrata terminerò questa fase e poi mi iscriverò alla laurea magistrale».

Quanto tempo ti fermi negli Sati Uniti?
«Sono qui per un semestre. Le lezioni sono incominciate il 28 agosto e ritornerò prima di Natale, finiti gli ultimi esami».

Quali sono le differenze più evidenti fra l’Università italiana e quella americana?
«Pensavo non ce ne fossero molte. Invece, quando sono arrivata, mi sono stupita perché è tutto molto diverso, a partire dall’approccio alla materia, a come viene insegnata e come si deve studiare. La parte teorica è importante ma si dà enorme spazio alla parte pratica, quindi ti fanno fare tante esercitazioni. Ti forniscono strumenti per applicare ciò che hai studiato. A Parma si fa molta teoria, molte lezioni frontali. I professori spiegano alla lavagna e gli studenti prendono appunti e poi studiano sul libro e sugli appunti. Qui invece Si fanno parecchi laboratori, è una esercitazione continua. Vi faccio un esempio. Sto studiando finanza … gli investimenti. In Italia l’ho approcciata in maniera teorica, sui libri. In America sto iniziando ad investire in qualche azione, facendo delle simulazioni di gioco online, seguita dal docente. In aula il prof ci spiega come investire, quanto investire, il momento in cui farlo, come monitorare il proprio investimento, attraverso il computer. E’ un approccio estremamente pratico che mi piace molto».

Meglio della sola teoria italiana?
«Diciamo che combinare teoria e pratica sarebbe l’ideale».

Gli esami sono simili ai nostri?
«No, è molto diverso. Si usano tantissimo i test a scelta multipla, con le crocette. Un sistema più “sbrigativo” ed immediato rispetto all’esame orale italiano dove il professore interroga e tu rispondi. Gli esami invece si fanno periodicamente».

Ci sono le sessioni come da noi?
«Questa è una delle maggiori differenze. Non c’è un periodo di esami come da noi, la sessione estiva o invernale. Ogni settimana o ogni quindici giorni il professore fa un esame sul programma svolto fino a quel momento, ad esempio su determinati capitoli. Dopo di che prosegue nel programma. E’ molto diverso».

E’ quasi più simile ad una nostra scuola superiore?
«Abbastanza simile. Ci sono queste prove intermedie, periodiche e poi ci sono le esercitazioni ed i compiti da fare a casa per la lezione successiva. Sei più seguito».

Il campus dove studi e vivi è simile a quelli che siamo abituati a vedere nei film hollywoodiani?
«Appena sono arrivata ho pensato esattamente questo, mi sembrava di essere in un film.  Io frequento la St. Francis University, che è in Pennsylvania. Questo campus, rispetto a molte altre università americane, è piccolo. Dal dormitorio arrivo all’edificio dove ci sono le aule di business a piedi, in cinque minuti. Magari in altri campus ci vuole il pullman perché sono molto più grandi. Questa università è immersa nel verde. E’ molto bella, c’è una pineta qui accanto e c’è molta campagna. Si respira aria pulita e per questo è bello stare fuori, all’aperto. Ci sono vari edifici per i dormitori. Altri ragazzi invece preferiscono affittarsi delle case esterne al campus. Ci sono le facoltà, scientifiche, economiche, letterarie. La mia ad esempio è ospitata in un palazzo antico. Poi c’è una grande mensa e varie caffetterie. Insomma proprio come si vede nei film».

Ci sono anche strutture dove fare attività sportiva?
«Certo! Questa è una Università che accoglie molti studenti atleti a cui attribuisce borse di studio. Si pratica quasi ogni sport immaginabile, dal calcio, al football, dal tennis al basket quindi ci sono tutti i campi ed in più la piscina e le palestre. Una palestra è per i ragazzi non atleti, attrezzata benissimo (dove andiamo noi) e poi ce ne è una dove si allenano gli atleti.

La vita sociale come è? Anche quella è come nei film con le sorority indicate dalle lettere dell’alfabeto greco come Zeta Phi Beta?
Ci sono tante sororities (sorellanze per le ragazze) o fraternities (fratellanze per i ragazzi). Organizzano varie attività soprattutto nei week-end. Durante la settimana c’è sempre e comunque qualcosa da fare, ma nei fine settimana si concentra la maggior parte di eventi. Puoi andare al bingo, a giocare a biliardo, a ping-pong, partecipare a tornei. Abbiamo anche un cinema interno all’Università».

Nessun party?
«Quelli vengono organizzati al di fuori, in case private (magari prese in affittato dagli studenti come alternativa ai dormitori). Se fai conoscenza con qualcuno ti invitano anche a queste feste ed incontri un sacco di persone. In generale c’è ampia scelta per come passare il tempo libero».

Il problema dell’alcolismo, delle bevute di gruppo smodate lo hai potuto vedere, toccare con mano?
«Sono stata a qualche party e l’alcool ovviamente c’è perché essendo ragazzi … non manca. Però sono molto attenti, rispettano le regole, contrariamente a quanto mi sarei aspettata, mi sono ricreduta! Gli alcolici sono vietati fino al compimento del ventunesimo anno di età.  Questo è un campus di studenti fino ai 25 anni, quindi molti studenti hanno meno di 21 anni. Anche nei party stanno molto attenti, cercano di non bere o bere poco. La polizia del campus fa tante ronde e controlla di continuo. Sono parecchio severi. Se anche ti pescano a trasportare alcol ancora chiuso in bottiglie e lattine ( e non hai 21 anni) vai a finire in guai seri. Sono molto più severi rispetto all’Italia, sia la polizia del campus sia quella della vicina cittadina e non solo per l’alcool, ma sotto ogni punto di vista. La polizia è sempre presente, fa continui giri. Ti senti molto sicura».

Una ragazza quindi, a differenza di quanto succede ormai anche a Piacenza, esce tranquilla di sera?
«Spesso capita che io mi trattenga nell’edificio di business fino a tardi, oltre mezzanotte. E’ sempre tutto aperto. Studio con dei mei amici in qualche aula e poi torno da sola, in dormitorio a piedi. Non ho nessun timore. E’ tutto molto controllato, vedo sempre la ronda della polizia interna».

I ragazzi sono mediamente molto impegnati nello studio?
«Dipende. Come dicevo ci sono molti atleti che devono far combaciare studio e sport. Loro è difficile vederli studiare insieme agli altri nelle aule. Lo fanno nei momenti in cui non hanno allenamento. Invece i ragazzi non atleti studiano spesso nelle aule comuni, nelle biblioteche. C’è molta gente che dedica tempo a prepararsi. Prendono sul serio l’Università.  Io, al pari di altri, non studio in dormitorio. La mia stanza è piccola e la condivido con un’altra ragazza. E’ più confortevole usare le sale apposite o anche le aule dove facciamo lezione che restano aperte 24 ore su 24».

C’è qualcosa che ti manca dell’Italia, di Piacenza?
«Svariate cose. Per esempio il cibo mi manca tanto. La mensa è ottima. Coltivano loro le verdure che sono a chilometri zero. Frutta e verdura sono freschissime. Però … mi manca la pasta … e tante cose buone. Mi mancano gli amici di Piacenza. Mi mancano i giri in centro. Qui sei sempre nel campus perché per raggiungere una qualunque città devi prendere la macchina. Mi manca la vita con le mie amiche … ma tornerò presto, quindi non ci penso più di tanto».

L’idea di rimanere a vivere per sempre, in un posto così, in America, ti ha sfiorato o sei contenta di questa esperienza ma anche di tornare a casa, a Natale?
«Per adesso sono contenta di rientrare e finire, a Parma, il mio corso di studi. A casa ho la famiglia, il fidanzato, gli amici a cui sono profondamente legata.  Mi ha sfiorato l’idea di poter magari fare un master o un domani di poter mandare curriculum sempre negli Stati Uniti a qualche azienda. Sono organizzati … c’è una qualità di vita alta. Mi piacerebbe mettermi in gioco anche in Americai, magari finita l’Università. Per adesso torno in Italia e continuo lì la mia vita».

Il fidanzato, a casa, è geloso?
«No, no. Abbiamo un buon rapporto. La distanza si sente … ma nel nostro caso un po’ meno perché lui sta facendo l’Erasmus in Lituania. Quindi anche lui è impegnato. E’ meno brutto di quanto non sarebbe se dovesse aspettarmi a casa. Va bene così. Siamo contenti entrambi».

E’ piacentino anche lui?
«No. E’ di La Spezia. Ci simo conosciuti in università a  Parma».

Come hai fatto ad accedere a questo programma.
Il programma si chiama Overworld e ti offre non solo questa destinazione ma tante altre nel mondo ed in America. Ogni università ospitante richiede degli standard, medie di un certo livello (la St. Francis ad esempio al di sopra del 25 e per economia sopra il 27). Io avevo fatto domanda per questa università e per un’altra in California.  Per economia e finanza erano le due destinazioni più appropriate. La St. Francis ha stipulato proprio una convenzione ed un programma con l’università di Parma per la parte economica. Ho fatto domanda, ho dovuto sostenere un test di inglese in Italia; hanno valutato il percorso di studi, la media. Ho dovuto scrivere una lettera motivazionale in cui spiegavo perché sarei voluta venire in America, quali erano le mie ambizioni e le mie aspettative. Una volta accettata a Parma la mia domanda è stata inoltrata alla St. Francis per una ulteriore valutazione alla fine della quale mi hanno accettato. Oltre a me è stato preso anche un altro studente di Parma che però frequenta la magistrale. Il percorso, prima di partire, è un po’ lungo. Comunque ne è valsa la pena. Anche perché se si tenta di entrare in una università americana, da zero, dopo aver ottenuto il diploma è molto più difficile. Se parti con l’appoggio di una università italiana e con un programma di scambio, diventa tutto più semplice».

Anche in termini di costi perché, nel tuo caso, ti paghi solo l’iscrizione a Parma giusto?
«Io pago le normali tasse a Parma e qui solo i costi di dormitorio e mensa».

A quanto ammontano più o meno?
«Intorno ai seimila euro, compreso il computer che mi hanno dato e l’assicurazione sanitaria. E’ molto ridotto rispetto ad un semestre fatto direttamente alla St. Francis che costa sui 23 mila dollari; un intero anno 46 mila dollari. E’ una università privata gestita da frati francescani, fra le più care. Sono fortunata perché devo pagare solo una piccola parte di questo costo».

Carlandrea Triscornia

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