“Contro la scarsità idrica più delle dighe servirebbe la volontà politica”

Intervista con Laura Chiappa di Legambiente Piacenza su siccità e dighe

In questi giorni si susseguono le notizie legate ai disastri che la siccità rischia di provocare alle nostre terre, in particolare all’agricoltura, ed infatti il governo ha dichiarato lo stato di emergenza per la provincia di Piacenza e Parma. Tra le ipotesi per risolvere la situazione, in una prospettiva di lungo termine, è spuntata anche quella di costruire una nuova diga, la quarta, in Val Trebbia. Se ne è, discusso anche alcune sere fa, a Rivergaro, in una riunione promossa da Legambiente, dal comitato No Tube e dai pescatori di Fipsas.

Il dubbio è che la diga sia interessante non tanto per gli effettivi benefici che potrebbe portare ma perché sarebbe un gigantesco investimento, con posti di lavoro e ricadute sull’economia locale. Per questo l’idea piace a molti, ma non a tutti e certamente non a Legambiente di Piacenza ed alla sua presidente Laura Chiappa. 

Cosa avete concluso durante la riunione? Questa diga serve o no?

La serata è stata preparata per esporre quella che ovviamente è una nostra tesi e cioè che, in specifico per la Val Trebbia, riteniamo che la diga (intesa come gande bacino e non come semplice invaso) fatta in alta montagna non sia assolutamente una soluzione.

Eppure tanti ne hanno parlato favorevolmente.

In effetti sui giornali ci sono stati tantissimi interventi sia di sindaci sia di privati che sponsorizzano, insieme al Consorzio di Bonifica, il tema della diga. E’ molto suggestiva l’idea di un bacino che si riempie di acqua e … poi  questa acqua può essere utilizzata facilmente per qualsiasi tipo di applicazione. A Piacenza la richiesta maggiore è per gli usi irrigui.

Non è così?

Noi da anni stiamo dicendo che alla provincia di Piacenza non serve una grande diga ma servono tanti piccoli interventi per sopperire a quello che è un reale deficit idrico. Deficit che c’è in Val Trebbia ma anche in val Nure, in Val Tidone ed in altre aree.

Ma come facciamo, ci scusi, ad avere un deficit irriguo visto che ci sono già tre dighe che potrebbero darci acqua in abbondanza?

Da tantissimi anni si sa che esiste un deficit idrico. Questo perché l’uso irriguo, cioè l’utilizzo dell’acqua in agricoltura è notevolmente cresciuto rispetto al passato. Si è data particolare importanza alla coltivazione del pomodoro e del mais (mais da trinciato o per biomasse). Coltivazioni che hanno in rilevante interesse economico per gli agricoltori ma che richiedono molta acqua.

L’agricoltura non utilizza materie industriali. Un’azienda può prenotare il ferro o l’acciaio da qualsiasi parte del mondo. In agricoltura questo non avviene. Si usano due beni finiti di cui uno è il terreno e l’altro l’acqua. Il bisogno di acqua è aumentato costantemente.

Da moltissimi anni il tema dell’acqua viene trattato dal punto di vista normativo perché l’acqua ha diverse finalità. La prima e più importante è quella potabile che ha sempre la precedenza sulle altre. Poi ci sono gli usi irrigui ma anche quelli di fruizione dei fiumi.

Quindi i fiumi dovrebbero essere tutelati in sé? Dovrebbero avere acqua anche in estate? 

E’ stato riconosciuto dalla legge un ruolo importante all’acqua anche dal punto di vista ambientale: ci deve essere presenza di acqua nei fiumi. Per questo è stata creata una normativa che dice che deve essere riconosciuta al fiume una minima presenza di acqua che si chiama minimo deflusso vitale,  che non può essere sottratto al fiume per le derivazioni a scopo irriguo. Questo è vincolante da molti anni ed è a pieno regime dal 2015.

Al di là delle poche piogge di quest’anno, ci sembra di capire che la scarsità d’acqua sia un tema ben noto, non esattamente l’emergenza inattesa che in tanti – ad esempio i consorzi di bonifica – ci dipingono.

Noi, da anni, sapevamo che a causa della grossa richiesta di acqua ci sarebbero stati dei problemi a Piacenza. Fin dal 2002/2003 abbiamo chiesto che si facesse un tavolo, insieme alla Regione ed alla Provincia, per capire quali erano le necessità di acqua, soprattutto della Val Trebbia, e come riuscire ad approvvigionarla.

Il famoso tavolo del Trebbia venne fatto e vi parteciparono anche l’Università, gli agricoltori, il Consorzio di Bonifica e le associazioni ambientaliste. Se ne uscì, nel 2007, con una serie di proposte in cui la presenza della diga veniva esclusa.

Perché venne esclusa?

Perché le dighe, si scoprì con vari analisi e studi, sono particolarmente costose, ci vuole moltissimo tempo per farle, creano notevoli problemi ambientali nonché trasporto di sedimenti e soprattutto provocano modifiche all’assetto del fiume.

In provincia di Piacenza poi non ci sono luoghi idonei per costruirle. Allora venne fatta un’analisi su una decina di posti suggeriti dal Consorzio di Bonifica e vennero tutti esclusi.

Erano state invece individuate una serie di possibilità per trovare l’acqua che serviva.

Quali erano?

Fra i punti fondanti innanzitutto la necessità di rimettere in ordine il sistema delle canalizzazioni del trasporto dell’acqua per fini irrigui. Si è scoperto che circa il 50% dell’acqua che viene deviata a questo scopo va persa. Quindi una semi- impermeabilizzazione dei canali (o quanto meno individuare le maggiori perdite) permetterebbe di recuperare circa 18/20 milioni di metri cubi d’acqua che non sono pochi.

Poi si dovrebbe riordinare il sistema di distribuzione che è un sistema feudale basato sulle utenze privilegiate, non a richiesta. Quando l’acqua c’è viene data, anche se non ne hai bisogno. Si dovrebbe invece fare come in quasi tutta l’Emilia Romagna dove l’agricoltore se ha bisogno, a richiesta, riceve l’acqua.

Si era anche individuato come sistema prioritario, l’utilizzo dei bacini ricavati nelle cave. Abbiamo tantissime cave lungo il Trebbia ma anche lungo il Po. Bisognerebbe riempire questi bacini di approvvigionamento durante l’inverno per poi usare l’acqua d’estate.

Altra possibilità era quella di fare dei bacini semi-naturali realizzando piccolissimi sbarramenti in bacini naturali, senza fare grandi opere. Oppure utilizzare le casse di espansone riducendo il rischio di inondazione. Questo poteva servire a un duplice scopo; d’inverno si riempiono (in funzione anti inondazione) e poi vengono utilizzate durante l’estate.

Quale di queste misure è stata attuata?

Dal 2007 nessuno di questi elementi è stato realizzato perché non c’è stata alcuna volontà politica di creare entro uno, due o tre anni (c’era anche una scaletta) questi piccoli bacini di accumulo, rivedere il sistema dei pozzi, più un’altra serie di elementi.

Volontà politica da parte di chi? Chi avrebbe potuto concretamente finanziare tutto ciò?

In primis la Regione e poi la Provincia, quando c’era ancora. Non hanno svolto un ruolo forte da questo punto di vista. C’è stata una grandissima opposizione soprattutto alla soluzione dei laghi di cava da parte delle associazioni agricole e del Consorzio di bonifica. Sempre in una prospettiva da una parte di arrivare a derogare il flusso vitale dei fiumi e quindi approvvigionarsi con l’acqua dei fiumi con regole diverse rispetto a quelle disciplinate dalla normativa; dall’altra … questo “Moloch” della risoluzione finale del problema attraverso una diga.

Dighe che peraltro sono, in parte, vuote in questo momento

Si esatto, che sono vuote perché quest’anno non è piovuto da ottobre. C’è un deficit idrico gravissimo nelle provincie di Parma e Piacenza. Sentivo un esperto recentemente che mi diceva come – per ripristinare la situazione delle falde dovrebbe piovere quasi per due mesi di seguito (pioggia fine ovviamente). E’ una situazione grave e le dighe sono vuote perché, come è logico … le dighe si riempiono solo se piove.

Come abbiamo detto durante la serata di Rivergaro, sono quindici anni di ritardi, non si sono volute approntare quelle misure che sarebbero costate molto meno e che avrebbero potuto, ogni anno, trovare acqua a scopi irrigui e lasciare i fiumi per gli scopi fruitivi che comunque hanno un indotto economico forte anche quelli. Il Trebbia attira gente, fa guadagnare. Attività economiche intorno alla vallata. E questo potrebbe avvenire anche per il Nure.

Su tutto questo ragionamento si innesta poi il Brugneto.

La Val Trebbia ha già tre bacini, tre dighe. Una è appunto il Brugneto (anche se la diga è in Liguria ma utilizza l’acqua del Brugneto che è stato deviato). C’è la diga di Boschi che è una diga dell’Enel e quella della Val Boreca che ora è stata declassata e non è più nemmeno diga.

Il Brugneto rilascia ogni anno solo due milioni e mezzo di metri cubi di acqua per un accordo che è stato fatto negli anni Cinquanta ed applicato negli anni Sessanta. Prima dovevano essere dieci milioni, poi sono diventati cinque e ora sono rimasti due e mezzo. Per tre anni, fino allo scorso, è stato fatto un accordo per una ulteriore aggiunta di un milione e mezzo   di metri cubi. Viene richiesto di solito a luglio o agosto, su istanza del consorzio, per sopperire ad un deficit idrico. Quest’anno c’è una situazione molto grave.

La Provincia di Genova non ha dato il milione e mezzo in più degli scorsi anni. Ci rimangono – ad oggi – due milioni e mezzo che il consorzio non ha ancora attivato. In compenso ha chiesto alla Regione una deroga del minimo flusso vitale del fiume che gli è stata concessa, a determinate condizioni.

Cosa si può fare per riappropriarsi dell’acqua del Brugneto e non dover prosciugare il “povero” Trebbia?

Occorre rinegoziare radicalmente il disciplinare della diga del Brugneto. Soltanto il 60% dell’acqua presente nella diga (che è sempre stata piena in questi anni tra l’altro) viene utilizzato per fini idropotabili da Genova. Nessuno vuole toccare questa quota che è prioritaria.

Il resto, in realtà, viene utilizzato per altro: viene “turbinato” da Mediterranea delle Acque, società proprietaria del gruppo Iren. Si produce energia idroelettrica nelle due centrali che ci sono ai piedi della diga, in territorio genovese, e l’acqua di risulta viene lasciata nel bacino di Genova. Abbiamo scoperto che circa un 20% addirittura non viene utilizzata ma viene lasciata andare per sfioramento, sempre in Liguria.

Tanta acqua che potrebbe tornare a Piacenza.

Ci sarebbero secondo noi almeno altri dieci milioni di metri cubi d’acqua, ma anche di più, che –  come dovrebbe essere –  si potrebbero deviare verso il versante piacentino quindi in Trebbia e sopperire parzialmente o totalmente a quello che è il deficit idrico della valle.

Come ci si può riuscire?

Una volontà politica forte da parte della Regione è quello che ci vorrebbe per andare veramente verso una modifica ed una rinegoziazione. Una volontà che, fino ad adesso, non c’è stata.

Carlandrea Triscornia

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