Da domani scatta l’obbligo del Green Pass per entrare nei negozi. Ma il Dpcm contiene un clamoroso “errore”

Il Governo intendeva esentare dall’obbligo i negozi che vendono saponi e deodoranti ma usando il termine “articoli igienico-sanitari” ha invece escluso gli esercizi che commerciano lavabo e bidet

I burocrati dei ministeri romani continuano a dimostrare la distanza siderale fra i Palazzi in cui operano e il mondo reale che esiste fuori da essi. Era già successo in passato quando introdussero la possibilità di spostarsi per andare a trovare i “congiunti” un termine che evidentemente conoscevano solo loro, non trovando ospitalità né nel vocabolario della gente comunenella legge italiana.

Poiché “errare humanum est, perseverare autem diabolicum” i lautamente pagati funzionari ministeriali sono ricaduti nel vizio ed anche nell’ultimo Dpcm hanno inserito una categoria commerciale che sta creando incertezza fra gli esercenti.

A differenza del passato, infatti, il governo guidato da Mario Draghi nell’introdurre l’obbligo del green pass per accedere ai negozi (obbligo che scatterà da domani 1 febbraio 2022) non ha utilizzato i codici Ateco che individuano con assoluta e pedante chiarezza le attività commerciali nelle loro mille sfaccettature. Nell’allegato al Dpcm 21 gennaio 2022, vengono specificati in maniera “grossolana” i negozi “Green Pass Free”.  Questo ingenera un enorme ed in qualche modo anche ridicolo “equivoco”, “uno scivolone nella doccia”. Vediamo perché.

Questo l’elenco puntuale dei negozi esentati dall’obbligo del Green Pass

1.       Commercio al dettaglio in esercizi specializzati e non specializzati di prodotti alimentari   e bevande (ipermercati, supermercati, discount di alimentari, minimercati e altri esercizi di alimenti vari), escluso in ogni caso il consumo sul posto.

2.       Commercio al dettaglio di prodotti surgelati.

3.       Commercio al dettaglio di animali domestici e alimenti per animali domestici in esercizi specializzati.

4.       Commercio al dettaglio di carburante per autotrazione in esercizi specializzati.

5.       Commercio al dettaglio di articoli igienico-sanitari.

6.       Commercio al dettaglio di medicinali in esercizi specializzati (farmacie, parafarmacie e altri esercizi specializzati di medicinali non soggetti a prescrizione medica).

7.       Commercio al dettaglio di articoli medicali e ortopedici in esercizi specializzati.

8.       Commercio al dettaglio di materiale per ottica.

9.       Commercio al dettaglio di combustibile per uso domestico e per riscaldamento.

Al punto 5 si parla di Commercio al dettaglio di articoli igienico-sanitari. L’intento di Draghi e dei ministri che con lui hanno sottoscritto il Dpcm (Speranza – salute, Franco – economia, Cartabia – Giustizia, Giorgetti – Sviluppo economico, Brunetta – pubblica amministrazione) era quello di includere i negozi che vendono saponi, deodoranti ed articoli similari, gli stessi insomma in parte previsti nei precedenti decreti (quelli ricompresi nei codici Ateco 47.75.1, attività di commercio al dettaglio di articoli di profumeria, prodotti per toeletta e per l’igiene personale  e nel codice Ateco 47.78.6, attività di commercio al dettaglio di saponi, detersivi, prodotti per la lucidatura e affini).

Forse ritenendo per qualche ragione troppo voluttuarie le profumerie, anziché percorrere la strada vecchia questa volta hanno imboccato un nuovo percorso che non sembra portarli lontano.

L’espressione articoli igienico-sanitari infatti si presta ad un clamoroso fraintendimento in cui è incappata la stessa Confcommercio nazionale che nella pagina delle FAQ così scrive:

«Per commercio al dettaglio di articoli igienico sanitari, si può intendere la detergenza?

Gli articoli igienico-sanitari, secondo la classificazione ISTAT delle attività economiche, sono le vasche da bagno, le docce, i lavandini, ecc. (47.52.2); la “detergenza”, invece, rientra più propriamente nella voce “47.78.6 Commercio al dettaglio di saponi, detersivi, prodotti per la lucidatura e simili».

In realtà anche nei giorni antecedenti il varo del decreto era chiaramente emerso da fonti governative, riportate dalla stampa, che l’intendimento era quello di ricomprendere nei negozi esentati quelli specializzati nella vendita di articoli per l’igiene personale (saponi, shampoo, deodoranti etc.).

Seppure le mascherine abbiano ridotto l’impatto olfattivo degli effluvi molesti è indubbio che saponi ed affini rientrino (per il bene comune) nei generi di prima necessità.

Con l’errata scelta lessical-ministeriale invece chi per ragioni tutte sue non è dotata del Green Pass potrà recarsi quante volte vuole in negozi di idraulica e tornare a casa con un lavandino al giorno ma dovrà escogitare piani diabolici per procurarsi il sapone con cui usare tutti i lavabo nel frattempo accumulati. Non resta che sperare in un ravvedimento operoso attraverso le FAQ.

Nel frattempo si può ben dire che Draghi e co. più che fischi per fiaschi, han preso bidet per deodoranti!

 

 

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