Dai ricordi della maturità emerge un Prefetto Falco con la parlantina d’avvocato ed il fiuto per i goal

Il prefetto ricorda il suo esame ma anche gli inizi della sua carriera a Piacenza: “era scritto nel mio destino che arrivassi qui”. «I voti – ci ha detto – contano fino ad un certo punto. L’importante sono i “maestri” da cui "rubare” l’esperienza, gli insegnamenti»

Mentre gli esami di maturità si avviano, la settimana prossima, verso gli orali continua la nostra carrellata fra vari piacentini illustri per scoprire come fu la loro esperienza di fine liceo. Questa volta varchiamo la soglia di palazzo “Scotti di Vigoleno”, in via San Giovanni e salito lo scalone entriamo nell’ufficio del dottor Maurizio Falco, classe 1961 (anche se per un pelo, essendo nato il 27 dicembre). E’ Prefetto di Piacenza dal primo settembre 2017 ma nella nostra città aveva già mosso i primi passi professionali.

Se le chiedo della sua maturità cosa si ricorda ed ancora prima dove ha studiato?

Al liceo Umberto di Napoli, la mia città. Si tratta di ricordi che non ho così freschi ma che sono forti, impressi nella mia memoria.

Ad esempio mi ricordo che scelsi un tema su Piero Calamandrei e la costituzione, argomento che, nel lontano 1980, mi mise un po’ in crisi, per la complessità dell’argomento. Alla fine riuscii comunque a fare un buon tema anche perché ero un appassionato lettore di Espresso e Panorama, da quando avevo dodici anni.

Mio padre li comprava apposta per me e me li portava quando uscivano, il mercoledì ed il giovedì. Conoscevo tutto di quei tempi, anche cose brutte come gli attentati di mafia e quelli politici.

Una passione, quella delle letture d’attualità, che mi ha accompagnato nel tempo. Mi aiutò a costruire un concetto di costituzione, di libertà di diritti. Tutto ciò che poi sarebbe divenuto il mio “pane” professionale quotidiano, nel ruolo di prefetto. Allora non lo sapevo.

Perché all’epoca cosa immaginava di fare “da grande”?

Avevo una cugina molto brava che faceva (ed ancora fa) il notaio a Bologna. Ero convinto di seguire le sue orme. Visto che si tratta di un lavoro ben remunerato … non mi dispiaceva. Non ho mai avuto la forza di vedermi imprenditore. C’è quel concetto di rischio personale e quotidiano che non appartiene molto al mio carattere. Una volta che ho scoperto la mia attitudine mi sono speso, nel mio lavoro. Perché pur avendo la sicurezza di uno stipendio, secondo me uno si deve sempre spendere al massimo per quello che fa, ogni giorno.

Tornando alla maturità greco o latino?

Mi sembra di ricordare una versione di greco (Platone ndr.) difficile ma ci aveva preparato un professore bravissimo. La nostra era la sezione G ed era un po’ la sezione di riferimento, per la materia, grazie a questo insegnante che si chiamava, non per nulla, Raffaele Greco.  

Quei professori ti lasciavano dentro il senso di aver fatto qualcosa di … “non inutile”. Quello che non potevi spendere subito come cultura, uscendo dal liceo, te lo saresti ritrovato un giorno nella vita. Quello stesso professore ci diceva “cultura, non nozionismo”. Ci insegnava che non bisogna essere enciclopedie da consultare ma essere uomini pronti a capire la sensibilità di quello che si è studiato.

C’era qualche materia con cui andava meno d’accordo?

La matematica, glielo confesso subito.

Tratto comune a molti che hanno fatto il classico …

Ahi, ahi, ahi. Come direbbe Venditti nella canzone “Notte Prima degli esami”… “la matematica non sarà mai il mio mestiere”.

Oggi però la società ti impone di saper far di conto, come si dice. Se non sai far di conto non puoi programmare e questa è una società basata molto sulla pianificazione e la programmazione.

Il rapporto umano e lo scioglimento dei conflitti del rapporto umano, che sono tipici di una cultura umanistica, dell’umanesimo, sembrano essere in secondo piano rispetto ad una cultura ipertecnologica e matematica in senso lato.

Però si riscoprono i motivi dello stare insieme. Le società stanno insieme perché la gente si sa “parlare insieme”. Uno dei motivi di grande piacere e di orgoglio personale è che questa mia cultura umanistica funziona nei rapporti con le persone, con voi giornalisti ma anche e soprattutto con la gente di strada, la gente che mi ferma per parlare di varie cose e con i ragazzi.

Funziona molto con i giovani che vogliono parlare con “i papà”, con le persone più grandi. Vogliono ricucire questa catena del sapere che sembrerebbe quasi interrotta. Prima c’era una specie di testimone … i vecchi davano ai giovani, i padri ai figli.

Oggi invece la tecnologia che spesso capiscono solo i figli, vede i padri esclusi da questa catena del sapere e quindi anche poco credibili sotto un certo punto di vista. E’ un punto di frizione del rapporto inter generazionale: non si ha più assoluta fiducia nel padre che ti dovrebbe restituire la cultura che ti serve. Invece lo si vede in difficoltà perché non conosce la tua cultura.

Pensi che mio figlio mi chiama “tecnoleso” perché non sono in grado di interagire appieno con tablet, smartphone e quant’altro. Eppure ha ancora tanto bisogno del papà e di quelle sensibilità che servono per capire il mondo, per capire l’altro, il diverso da me.

Qual è la differenza che vede fra sé, quando aveva diciannove anni, ed un ragazzo di oggi.

Io ero tutto sport! Giocavo sempre a calcio. Che periodo magnifico! Calcio ed interazione in quella agorà fisica che era il rapporto con gli amici. C’erano le crisi, i conflitti anche all’epoca ma c’era sempre un rapporto fisico.

La Nazionale Prefettizia impegnata contro la rappresentativa del Ministero degli Interni tedesco

Scopriamo un passato da calciatore?

Passato? Mi offende! Gioco ancora nella Nazionale Prefettizi e proprio pochi giorni fa abbiamo vinto anche grazie ad un mio goal.

Diceva delle differenze fra la sua generazione ed i millennials.

Oggi i giovani affidano molto all’agorà virtuale del web una serie di relazioni, di rapporti che noi non immaginavamo neanche. Non c’era questa “immediatezza” del rapporto. C’è una filiera di rapporti in più, più veloci …la velocità assurta a valore assoluto. La differenza che c’è fra me quando avevo 19 anni ed un diciannovenne di oggi è proprio questa. La difficoltà a stare al passo con i tempi, magari tempi ingannevoli. All’epoca c’erano le difficoltà però avevi una “fisicità del presente” ed una prospettiva futura che ti poteva far immaginare più o meno ciò che avresti potuto diventare.

Intende anche dire che voi avevate le idee più chiare su ciò che volevate fare da grandi?

Idee più chiare nel senso che c’erano poche professioni che potevi intraprendere con un diploma di liceo classico in tasca. Non più chiare ma più semplici, meno confuse. Oggi è difficile perché c’è una crescente richiesta di performance, c’è quasi un dovere di essere il primo. C’è un eccesso di competizione: l’individuo vive se vince, se è il primo.

Quando incontro i ragazzi li invito sempre a non vedere il secondo come il primo degli sconfitti. E’ una cosa terribile perché, invece, quando si muove una società e compete,  competono in tanti e non è detto che chi arriva primo sia il migliore. Dovremmo un po’ smettere con questa idea di cercare ossessivamente la singola eccellenza lasciando per strada i tanti che devono crescere con un livello culturale minimo e sufficiente per arricchire la società. E’ un obiettivo su cui lavorare, parlando con i presidi, con i genitori.

L’individualismo è giusto che ci sia perché una società senza ambizione non esiste.  Non siamo tutti uguali.

Detto questo la cosa più bella ed inclusiva è l’applauso dello sconfitto verso chi ha meritato di vincere. Tuttavia il lavoro della scuola non è andare a tutti i costi a cercare solo l’eccellenza; vanno curati i “tanti altri”, una platea sempre più ampia di persone che possono dare qualcosa.

Anche perché, a proposito di risultati, infondo il voto di maturità non è che conti poi così tanto nella vita.

No! Io ho avuto 53 (su 60 ndr.) … tutti voti strani. Alla laurea ho avuto 109 (su 110 ndr.). Arrivai qualche minuto in ritardo a causa del traffico di Napoli e feci arrabbiare il professore. Pur di darmi fastidio … mi fece dare 109! Si vede che i numeri dispari sono la mia caratteristica. Avere fatto tanto … tranne che… manca un pizzico di sale! Allora ho cercato di trattenerlo, il sale, almeno in zucca per poter fare qualcosa di buono!

Ed infatti voti mancanti li ha compensati con una carriera di successo

Sono stato molto fortunato, nella mia carriera, per aver trovato dei grandi maestri. Anche questo va detto ai ragazzi: attaccatevi ai maestri. Il maestro vero è quello che “il dire si confonde con il dare” e quindi quando dice ti dà qualcosa. Sono le parole che mi sono state dette da mio papà e dagli insegnanti e che, in qualche modo, cerco di restituire.  

Il vero maestro è quello da cui puoi “rubare” l’esperienza, gli insegnamenti. E’ colui che, alla lunga, fa la differenza. Non è la performance di una volta, il 110 e lode piuttosto che il 109. E’ il maestro che ti ha seguito. E’ molto importante.

Per questo bisogna scommettere sugli insegnanti, sui professori universitari sui veri “maestri” che forse sono stati messi un po’ da parte delegando al grande mondo della globalizzazione, del web, le “grandi tesi” degli ignoranti.

Le faccio un riferimento in qualche modo triste.  C’è un signore – e non faccio nomi – che dice di essere in grado di garantirti 120 anni di vita. Ha fatto addirittura un programma. Non è neppure un medico, va contro la medicina e dice di aver ragione lui e non i medici. Oggi viene messo in discussione tutto perché mancano i maestri veri.

L’intervista sembrerebbe volgere al termine ed il Prefetto ci dice di aver recuperato una sua foto a diciannove anni, come gli avevamo richiesto, E’ quella del suo libretto universitario. La guardiamo assieme ed il volto del dottor Falco si apre in un sorriso spontaneo davanti alla fototessera che restituisce l’immagine di un bel ragazzo, con il volto incorniciato da una “zazzera” di capelli nerissimi, lunghi ed un po’ scompigliati.

«Che peccato – dice ridendo, dopo essersi rivisto – questo dimostra scientificamente il livello di ossidazione che gli anni producono». 

Si consoli all’idea che quello attuale è il colore dell’esperienza …. Senta a proposito di esperienza, come sta andando qui a Piacenza, città in cui era già stato ad inizio carriera ed in cui è ritornato per il suo primo incarico da Prefetto?

Meglio non poteva essere. Perché intanto sono riuscito a ristabilire quel feeling che c’era già all’epoca della mia prima esperienza. Quando si ha un retroterra culturale simile a quello delle persone con cui vivi, diventa più semplice.

Eppure dicono che sia una città chiusa.

Lo spirito del piacentino sono andato a scovarlo. Innanzitutto in mia zia che era di Lugagnano.

Si scoprono collegami piacentini …

Assolutamente si. Con Piacenza mi legano una serie di circostanze felici. La prima volta l’avevo scelta come destinazione perché era vicina a Bologna. Pensavo ancora, all’epoca, di fare pratica da mia cugina notaio. Poi, visti i 150 chilometri di distanza, lasciai perdere l’idea, soprattutto perché iniziai ad innamorarmi del mio lavoro ed anche della vostra città.

Mi trasferii a Roma per via di mia moglie. Ho fatto tante esperienze all’interno del Viminale. Non avrei mai pensato – perché non l’avevo chiesto – che qualcuno dalla “cattedra” di Ministro, di Capo di Gabinetto, scegliesse proprio Piacenza per me. Quando mi chiesero “ti sta bene come destinazione” risposi “certo che mi sta bene, ci sono già stato”. Non avevano probabilmente guardato i primi anni del mio curriculum e quindi non se ne erano accorti. La scelta non era stata dunque motivata da quello. Avevano bisogno che una persona come me venisse in questa provincia. Ed allora non vuoi credere alla cabala?

Un dovere credere alla cabala per un buon napoletano.

Assolutamente! Era destino che arrivassi qui.

Credo che sia importante mandare in provincie dinamiche, come questa, non tanto colleghi a termine della carriera ma colleghi che abbiano voglia di imparare. Piacenza è una piattaforma di apprendimento ottima. Non nascondo che ci siano province più complesse sotto il profilo dell’ordine pubblico. Piacenza è però un paradigma importantissimo per provare a fare quello che si può fare. Perché, se tu vuoi fare qualcosa, il territorio risponde.

Altrove magari hai tante belle idee ma ti manca la risposta del territorio o la devi cercare in maniera diversa. Quando c’è un Prefetto che voglia farsi le ossa, che voglia incominciare bene, territori come questo sono l’ideale.

Ci sono problematiche di mobilità, di lavoro, di mediazione sociale, di solidarietà. Quindi anche un’accoglienza inclusiva e non soltanto dei migranti.

Problemi anche di gestione di una criminalità dinamica perché è un territorio di passaggio, quindi con le sue difficoltà. Magari non ci sono consorterie che si stabilizzano in questa provincia ma è ancora più difficile andarle a prendere. Coordinamento delle forze di polizia che si muovono con le stesse esigenze e devono sempre stare all’erta per rimanere al passo con una criminalità dinamica.

Gente che sta bene e che pretende di non scendere neanche di un gradino nel livello di qualità della vita. E’ un ambito nel quale credo si possa fare davvero bene l’esperienza del Prefetto e portarsela magari in un successivo incarico. Vedi le cose come dovrebbero andare. Così, se un giorno sarai protagonista in un territorio dove le cose non vanno, avrai in mente il modello precedente e potrai provare a trasportarlo per farle funzionare. Non è detto di riuscirci.

Attraverso i vostri sorrisi, i vostri assensi, che trovo ogni giorno, capisco che sono riuscito, se non altro, a far capire un po’ meglio la funzione del Prefetto e di quello che si può dare in maniera neutrale e trasversale alla società.

Anche perché a differenza di tanti altri Prefetti sta dialogando molto di più con la città.

Io non potrei essere diverso da come sono. Anche un’intervista come questa se avessi dovuto farla in maniera istituzionale, seduto dietro la scrivania anziché su queste poltrone, per chiuderla in tre minuti … non l’avrei fatta.

Mi piace chiacchierare, farmi conoscere ed anche farmi giudicare, con la presunzione di venir giudicato bene ma talvolta potrei, da qualcuno, essere giudicato anche molto male.

Come tutti …

Esattamente. Perché tornando a quel liceo classico da cui siamo partiti l’uomo è “zoon polikon” secondo Aristotele, l’uomo come un essere sociale e politico.

Il libretto universitario del Prefetto Maurizio Falco

Fu lei a scegliere quale liceo e quale università?

Pur essendo stata giurisprudenza una scelta molto felice, mio padre non mi diede molte opzioni … All’epoca decidevano loro, i genitori.

Oggi si dice che i ragazzini a dodici anni sono già essere pienamente pensanti e si vuole anche abbassare la soglia di età per la punibilità penale, visto quello che alcuni combinano. A tredici, quattordici anni mio padre mi disse “vieni con me”. Mi portò per mano alla scuola e mi iscrisse.

Lo stesso per l’Università?

Grossomodo, ma tanto era destino. Da ragazzo mi chiamavano l’avvocato perché parlavo sempre … quindi ….

Forte della mia età posso dire che non si devono sbagliare, nella vita alcune cose: l’università e la scelta del lavoro. Qualcuno aggiungerebbe anche la moglie.

E proprio su questa battuta arriva una telefonata a cui il dottor Falco non può fare a meno di rispondere. E’ quella del figlio 26enne che sarà anche un nativo digitale ma dei consigli di papà … continua a far tesoro!

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