La fragilità dell’Ecce Homo e la misteriosa storia del suo primo restauratore

Emozione per l’arrivo in Banca di Piacenza del celebre quadro di Antonello da Messina. Rigorose precauzioni per non danneggiare la tavola già messa a dura prova dal tempo e dal restauro effettuato, ad inizio ‘900, da un improbabile pittore e digiunatore di mestiere

Ece Homo di Antonello da Messina

L’Ecce Homo pronunciato da Ponzio Pilato nel mostrare al popolo il corpo flagellato dell’innocente Gesù era carico della codardia di un governatore incapace di opporsi alla sete di sangue della plebaglia e dei sommi sacerdoti

L’esclamazione “Ecco l’uomo”, non detta a parole ma pensata dai pochi presenti, nel caveau della Banca di Piacenza, all’arrivo del capolavoro di Antonello da Messina, era invece di estasiata ammirazione verso il più riuscito fra i quattro dipinti dedicati dal pittore siciliano alla flagellazione di Cristo.

Nella stessa stanza blindata, seppure solo per poche ore, la tavola lignea farà compagnia ad un altro ritratto celebre, quello di signora dipinto dal Klimt. In attesa di tornare finalmente alla Ricci Oddi è anch’esso custodito fra le spesse pareti d’acciaio dell’istituto di via Mazzini (che in entrambi i casi ha dato la propria disponibilità a custodirli gratuitamente).

Se la dama viennese è rimasta imperturbabile davanti alle precarie condizioni ambientali in cui qualcuno l’aveva posta, nascondendola in un umido anfratto nel giardino della galleria, l’Ecce Homo sente su di sé il peso dei suoi 547 anni.

Per questo la curatrice e restauratrice Francesca De Vita, che segue questo quadro da quasi 20 anni, ha dettato precise condizioni per il trasferimento dell’opera dalla teca climatizzata situata nell’appartamento del cardinale, al collegio Alberoni, verso la Banca.

Si è definita “talebana” nel chiedere che solo pochissime persone assistessero all’apertura della valigia di metallo in cui è stata posta la tavola per il breve tragitto effettuato da San Lazzaro al centro città, in un furgone blindato e scortato. Non una manifestazione di “gelosia” la sua ma una doverosa precauzione, come ha spiegato. Nella stanza “provvisoria” sono stati collocati deumidificatori che lavorano per mantenere costante il livello igrometrico. Senza la protezione della teca anche la presenza di più persone può modificare la percentuale di umidità provocando danni non immediatamente visibili ma che potrebbero emergere anche a mesi di distanza.

Come hanno confermato approfonditi studi, effettuati in collaborazione con il CNR, lo strato di pittura dell’opera di Antonello da Messina è in alcuni punti sottilissimo poco più di un velo. Soprattutto il supporto ligneo sottostante è stato nei secoli scavato dai tarli ed ha “più tunnel della metropolitana di Londra” come ha efficacemente esemplificato la restauratrice.

A peggiorare le cose nel 1903 intervenne il primo restauro di cui si abbia notizia, affidato ad un certo Stefano Merlatti, personaggio avvolto dal mistero su cui a stessa Francesca De Vita sta indagando. Quanto fin qui emerso sembra degno di un romanzo e vale la pena raccontarlo sommariamente.

Lo strano restauratore che (forse) di mestiere faceva il digiunatore

In un documento dell’archivio storico messinese del 1904 si trova un riferimento ad un professor Merlatti come restauratore del quadro di Antonello da Messina, nulla più.

L’unico Stefano Merlatti noto alle cronache di inizio ‘900 era un giovane pittore originario di Mondovì, famoso più come bizzarro “digiunatore di professione” che per la maestria nell’uso dei pennelli. Merlatti si esibiva a teatro, davanti a spettatori che pagavano per vederlo resistere ai morsi della fame (era concesso solo bere acqua ed un elisir misterioso).

Un collega di privazioni alimentari, il riminese Giovanni Succi, ispirò Franz Kafka  che nel 1922 compose la novella “Ein Hungerkünstler” (“Un artista della fame”). Pare che Merlatti e Succi anzi si sfidassero a distanza, con il “pittore” che ad un certo punto riuscì a stabilire il record mondiale di 40 giorni senza mangiare. Grazie al suo successivo record di 50 giorni Merlatti divenne un caso “mondiale” degno di ricerche mediche (su di lui fu scritto un trattato) e gli furono dedicati numerosi ritratti, uno dei quali è esposto al museo d’Orsay di Parigi, opera di Otto Van Bosch.

Impossibile sapere se fu effettivamente lui (o un improbabile omonimo) a mettere le mani sull’Ecce Homo, ma chiunque lo fece provocò gravi danni alla tavola lignea.

Essendo stata dipinta da un solo lato il tempo e l’umidità l’avevano leggermente incurvata. Il misterioso restauratore decise di raddrizzarla e lo fece inumidendola e probabilmente inserendola in una pressa. Questo metodo “brutale” provocò uno schiacciamento dello strato pittorico, uno suo sfondamento verso l’interno e creò delle microfratture nel già inconsistente supporto di legno, ammalorato dal tempo.

Anche per questo l’Ecce Homo piacentino deve essere trattato con la tutte le precauzioni del caso. Dalle ricerche effettuate con moderni strumenti diagnostici sono emersi importanti dati scientifici ed anche curiosità come ad esempio due impronte lasciate sulla tela da qualcuno che voleva verificare se lo strato di pittura fosse asciutto. Tracce che sono state persino analizzate dai Ris ma che mai si saprà se appartenenti all’autore, ad un suo aiutante di bottega o ad un restauratore.

Il quadro con lo scorrere del tempo è “maturato”, alcuni particolari sono mutati, come gli occhi dipinti con una pigmenti a base di rame. Originariamente dovevano essere azzurro profondo ma una serie di reazioni chimiche li hanno portati ad essere scurissimi, quasi neri, così come l’assottigliarsi degli strati pittorici ha fatto emergere, in piccole zone, il colore di fondo.

Il quadro domani sarà collocato a pochi metri di distanza dalla camera bindata della Banca di Piacenza, a Palazzo Galli, dove rimarrà esposto fino all’8 dicembre e dove, Covid permettendo, si spera tanti possano godere della sua straordinaria ed unica bellezza.

“Ecce Homo Plancentia”!

Il video della preparazione

Qui di seguito proponiamo un video realizzato da Piacenza Diario (in collaborazione con Il Mio Giornale.net e noi di Piacenza Online) in occasione dell’inscatolamento del dipinto presso il collegio Alberoni.

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