La lotta contro l’anoressia di una giovane piacentina ispira un romanzo. “Non si guarisce, ma ci si convive”

Bulimia e anoressia in Famine romanzo di Elaise B.

Elaise B. è uno pseudonimo, un sottile velo per nascondere, dietro ad un nome falso, una storia vera, maledettamente, dolorosamente vera. La storia di una ragazza piacentina di 24 anni che, alle superiori, ha inseguito un modello di perfezione fisica andandosi a schiantare contro l’inesorabile fragilità piscologica dell’adolescenza. Un disturbo del comportamento alimentare che l’ha intrappolata per oltre sette anni, portandola ad un passo dall’imboccare una via senza ritorno. Così come si era spento, ad un certo punto, in Elaise B. si è riacceso quel barlume di speranza nel futuro, rimasto troppo a lungo sopito. Nessun miracolo però ma un lento, difficile  cammino di ricostruzione in cui ha giocato un ruolo importante anche la scrittura di un libro, un romanzo intitolato “Famine” che a breve sarà pubblicato per i tipi della Montedit di Milano (nella foto l’immagine della copertina).

Elaise ci racconti. Che libro è?
«E’ un romanzo breve, una settantina di pagine. Un romanzo di formazione. Si svolge in sette giornate. Un uomo, un giornalista, separato da poco, si trasferisce a vivere a Pontenure con sua figlia piccola. In un parco incontra una ragazza ed ogni giorno, inaspettatamente, senza sapere perché, si trovano lì sempre allo stesso orario ed insieme affrontano temi differenti. Il tema centrale resta però un disturbo alimentare di cui la ragazza è affetta. Racconta la sua vita attraverso lo sviluppo della sua malattia, dall’inizio fino alla fine».

Quindi la protagonista è la ragazza?
«No, in realtà è il giornalista che, ogni giorno racconta quello che la ragazza gli dice. Con lui c’è la bambina che ha tre anni ma che, quando la ragazza racconta, di fatto scompare di scena. E poi si scopre ….».

La fermo. Non “spoileri” il suo romanzo. Lasciamo che i lettori scoprano quello che c’è da scoprire da soli.
«Giusto. Fermiamoci qui quanto a trama. Il tema fondamentale comunque è l’amore in tutte le sue sfaccettature. L’amore famigliare, l’amore spirituale. Ogni giorno la tematica è differente e viene letta sulla base dell’esperienza di una ragazza che soffre di una patologia».

Posso chiederle quanto di autobiografico c’è in questo romanzo?
«Tantissimo. In ogni personaggio c’è qualcosa. Non c’è un personaggio specifico che io identifichi con una persona della mia vita reale, della mia esperienza. Ogni personaggio però racchiude una parte della mia vita. Ogni persona incarna un aspetto diverso di me e del mio vissuto».

Quindi ha sofferto anche lei di disturbi dell’alimentazione?
«Si si, ne soffro tutt’ora. L’obiettivo iniziale del libro … era proprio quello di mettere insieme i miei pensieri. Vederli scritti … mi dava più tranquillità. Poi è nato perché ho conosciuto persone che come me si sentivano sole. Volevo che la mia esperienza non fosse inutile. Volevo far capire che è possibile affrontare il disturbo alimentare, che comunque dura tutta la vita».

Non si guarisce?
«Completamente no. Si impara a conviverci. E’ come una dipendenza. Una battaglia quotidiana. Però con il confronto, con una lotta anche condivisa, è possibile avere una qualità di vita migliore.  Ho scritto il romanzo anche per far capire questo».

Di quale disturbo ha sofferto lei, personalmente?
«Si chiama Binge Eating Disorder (BED – Disturbo da alimentazione incontrollata ndr). Anche nel libro, come nella mia vita, si affrontano varie fasi dall’anoressia nervosa alla bulimia. Non è stato lineare come percorso».

Non è dunque un solo disturbo ma tanti, anche opposti: digiuno da una parte e abbuffate compulsive dall’altra …
«Si. Succede molto spesso che ci sia questa alternanza. Bulimia, anoressia … e si va avanti così».

Studia psicologia giusto?
«Neuro-psicologia a Padova».

Quanto della scelta di studiare psicologia deriva dal suo disturbo e quanto il fatto di studiare psicologia la sta aiutando?
«Studiare psicologia non mi ha aiutato, assolutamente. Anzi … fa vedere più problematiche di quelle che ci sono. Per questo ho scelto di andare completamente sul versante neuro psicologico, legato a disturbi tipo ictus, gravi cerebrolesioni. L’idea della psicologia ce l’ho sempre avuta anche perché mia madre ha lavorato come educatrice sociale prima nell’alcolismo poi proprio nelle lesioni cerebrali. Sono cresciuta in questo ambiente. Quando mi sono ammalata ho capito che non potevo portare la mia esperienza nel lavoro che volevo fare. Mi sentivo troppo coinvolta.

Quindi …
Quindi ho intrapreso la strada della neuro-psicologia, abbandonando tutta la parte clinica. Se c’è una cosa che mi ha aiutato è il fatto che qui a Padova ci sia stata un’apertura diversa rispetto al problema. C’è un centro apposito dove ho potuto affrontare la malattia autonomamente, senza i miei genitori. Questo è stato d’aiuto, come anche relazionarmi con altre persone. Non è una battuta, ma fra gli studenti di psicologia si trovano le problematiche più diverse, le più disparate. Confrontandoti capisci che c’è davvero di tutto, ti senti un po’ meno diverso, un po’ meno fuori dal gruppo».

Allo stesso tempo, diceva, c’è un centro più specializzato rispetto a Piacenza.
«C’è il centro dei Disturbi da comportamento alimentare (DCA). Hanno diversi operatori, c’è un day hospital. E’ un percorso in cui incontri persone con la stessa patologia. Ci si sente in un ambiente più protetto. Io ho questa problematica da sette anni».

Tarda adolescenza quindi.
«E’ iniziato, come per tutti, da una dieta sbagliata e poi è andata continuando. A Piacenza sono stata seguita in ospedale ma ho sempre abbandonato, ad un certo punto. Non era un percorso così strutturato. A Piacenza, intesa come città, si fa ancora fatica a volte a far capire questo problema, soprattutto a scuola. Io ho frequentato un liceo e la scuola ha aumentato ancora di più la mia problematica. Non è stato l’ambiente migliore per risollevarmi. Poi per carità … a posteriori … anche quello è servito».

Perché era un ambiente troppo competitivo? Avevate troppa pressione addosso?
«Era estremamente competitivo, con la tendenza a guardare lo studente solo dal punto di vista del risultato nel compito in classe. Si assecondava molto la competizione. Io ero pronta a studiare ma non ero pronta a dover lottare per impormi. In un ambiente dove conta l’essere migliore di … si viene un po’ schiacciati se si ha un carattere diverso.

Diciamo che non è stata colpa della scuola in sé ma … unita a problematiche personali e caratteriali … non ha contribuito.
«Non ha contribuito soprattutto perché gli insegnanti non cercavano di smontare questa competizione che c’è anzi spesso la cavalcavano perché aumenta i risultati. Anche i miei risultati sono aumentati esponenzialmente quando mi sono ammalata. Forse … avrei preferito rimanere nella media … ma si vede che era destino».

I disturbi alimentari sono prettamente femminili o riguardano anche ragazzi?
«Anche ragazzi. Solo che difficilmente li si chiama con il loro nome. Ti descrivono gli stessi sintomi, ti parlano dello stesso modo di vivere la situazione ma è difficile che accettino di definirla malattia. Non è facile neppure per il genere femminile, soprattutto quando non si parla di anoressia. Il Binge eating è una definizione di malattia recente, introdotta solo un paio di anni fa».

Anche lei hai scoperto di soffrire di BED da poco?
«Prima la chiamavano in mille modi diversi. Mi definivano bulimica nervosa, anoressica con comportamenti di compensazione. Ad un cero punto dicevano che ero troppo grande per avere questa patologia. Ognuno ha disturbi diversi e la malattia porta con sé una miriade di altre patologie, come anche la depressione.  Siamo arrivati ad una diagnosi dopo parecchio, Quindi anche il tentativo di cura è arrivato tardi. Sono passati … sette anni. Ce l’abbiamo fatta!».

C’è stato un punto, un momento in cui ha rischiato davvero? Magari non di morire ma di riportare danni seri, irreversibili?
Assolutamente si! All’inizio per l’anoressia perché avevo perso moltissimi chili e avevo iniziato ad avere problemi con i muscoli. Ancora adesso devo curarmi per le ossa … perché comunque gli errori si pagano. Ogni giorno dovevo fare una visita diversa, dall’endocrinologo al gastroenterologo. E’ stato tortuoso. Il momento in cui ho rischiato di più è stato quando sono passata al BED perché è aumentata la componente depressiva. Quando gli altri ti vedono in carne … non vedono più il problema. Lì subentra il fatto di stare male mentre gli altri dicono che stai bene».

Non essere più riconosciuta come malata …
Allora si iniziano a coprire gli specchi, a indossare cose ampie, al mettere in atto i comportamenti più assurdi che la mente possa elaborare. Anche per questo poi ho deciso di andare a vivere via, dopo il diploma. Per mettermi alla prova. E’ stato difficoltoso. Sono anche dovuta tornare indietro. Adagio adagio, a Padova si va avanti con il percorso. Mi chiedono se sono guarita. Posso dire che ogni sera, quando vado a letto se la giornata è andata bene, senza intoppi per me è un trionfo. Ma non è la regola».

Questo libro ha per lei, in qualche maniera, anche una funzione catartica?  
Molto e si vede proprio all’inizio dove la descrizione, il racconto, è quasi angosciante; le tematiche sono incentrate sul dolore. Più si va avanti più si vede uno spiraglio, una speranza che aumenta e che viene coltivata attraverso il duro lavoro.

Che è anche la sua speranza attuale?
«E’ la mia speranza, è la mia lotta attuale. Oggi sono molto soddisfatta nel momento in cui riesco a trasformare l’esperienza così negativa in qualcosa che ha prodotto un miglioramento, sia nella mia vita, sia nella vita degli altri. Quando ad esempio mi relaziono con una persona che ha un disturbo alimentare – e succede molto spesso – sentirsi dire, dopo una conversazione, mi sento meno sola … è una soddisfazione. Mi aiuta anche a dire, sotto certi punti di vista, che sono contenta di avere avuto questa esperienza … se è servita a qualcosa. Se tornassi indietro non la cancellerei, pur essendo stata molto dolorosa. La rivivrei ugualmente. All’epoca … probabilmente non l’avrei detto».

Quando si sopravvive alla tempesta, il mare torna ad apparire romantico. Questa consapevolezza la porta anche a parlare della sua esperienza senza vergogna, senza paura di esporsi?
«All’inizio non ne parlavo. Dopo il percorso iniziato a Padova ho incominciato ad accettare che fosse una malattia come un’altra. Che andasse gestita, affrontata. Che bisognasse parlarne».

Effettivamente siamo qui ad intervistarla. Più di così …   
«Infatti il libro è dedicato a tutti coloro che hanno camminato nel buio».

Perché lei reputa il suo percorso un cammino nel buio alla fine del quale ha trovato la luce?
«Senza dubbio. Quando si arriva ad accettare la malattia, la si affronta in maniera differente. Finché l’ho vista come qualcosa da nascondere è stato sempre più disfunzionale … in peggiorando. Quando ho iniziato ad accettarla mi sono fatta la convinzione che fosse stata una cosa utile nella mia vita o che perlomeno poteva essere utile per qualcun altro. Così è ancora oggi. Sono molto contenta del punto a cui sono arrivata anche se so che non ci sarà una fine a questo percorso».

Magari proprio una fine no però … un traguardo importante lo ha comunque raggiunto
C’è la voglia – che prima non c’era –  di mettersi in gioco tutti i giorni.

Carlandrea Triscornia

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