L’ispirazione del nuovo romanzo di Caliceti è nata in Duomo a Piacenza, durante la cresima del nipote

Uscirà giovedì 12 novembre, edito da Baldini e Castoldi, il giallo dell'avvocato e scrittore di origine piacentina. Ambientato nei segreti palazzi del Vaticano racconta di lotte intestine fra potenti cardinali e ripropone, in chiave moderna, gli stessi temi dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij

Opzione-di-Dio-Pietro-Caliceti

Il piacentino Pietro Caliceti, avvocato per mestiere, scrittore per vocazione, o è molto fortunato o ha grandi doti di preveggenza.  Ogni vota che esce un suo nuovo romanzo sembra quai un “instant book” per come le trame riescono a rispecchiare la realtà raccontata dalle cronache. Non fa eccezione neppure “L’opzione di Dio”, edito da Baldini e Castoldi, che sarà in libreria giovedì 12 novembre. Un racconto che parte da un attentato di matrice islamista, portato nel cuore della cristianità, per dipanarsi all’interno di un Vaticano dilaniato da lotte intestine fra cardinali. I detrattori direbbero che quella di Caliceti è mera fortuna. Gli incensatori che conosce talmente bene le cose di cui scrive da saper tratteggiate con anticipo e maestria il futuro di questo nostro mondo … che puntualmente gli dà ragione. Probabile che la verità stia nel mezzo. Resta la curiosa coincidenza.

Solo fortuna la sua?

«Non lo so. Neanche a farlo apposta era già successo, con il mio primo romanzo che parlava delle malefatte delle banche e della crisi dei subprime. Quando uscì il libro, scoppio lo scandalo delle obbligazioni bancarie, con il salvataggio delle banche, il bail-in e bail-out. Capitò così che mi chiamassero in televisione a parlare del mio libro ed anche in generale delle banche. Il secondo libro parlava dei bitcoin ed è uscì proprio quando i bitcoin esplosero …».

Veniamo ai giorni nostri. In contemporanea con l’uscita del suo nuovo libro il Vaticano è proprio nel bel mezzo dello scandalo del cardinale Becciu.

«Sono temi che aleggiavano nell’aria da tempo ma effettivamente, per una strana coincidenza, sono riemersi proprio in questo momento».

Non mancano peraltro ulteriori analogie fra la sua narrazione e la realtà visto che nel romanzo si parla di IOR, di finanze vaticane e di pedofilia, temi che hanno giocato un ruolo fondamentale nei rapporti di potere fra le diverse fazioni che si fronteggiano all’ombra di San Pietro.

«Assolutamente».

Nei romanzi precedenti i protagonisti avevano un forte legame con il suo ambito lavorativo primario, quello di avvocato. In questo ultimo libro invece, fatta salva qualche eccezione, i protagonisti sono lontani dalla professione forense e dalla finanza. Questo, immaginiamo abbia comportato ricerche molto approfondite per poter scrivere in maniera sensata e credibile di un ambiente che non è quello che lei normalmente frequenta.

«Anche gli altri libri, soprattutto quello sul Bitcoin, avevano richiesto un grande lavoro di documentazione e studio. Questo effettivamente ne ha richiesto molto di più. Come sottolineava lei c’è ancora qualche elemento di connessione con la mia professione ma molto labile ed in ogni caso non del mio campo di specializzazione, quello societario. Ha richiesto invece un grandissimo studio sulla Chiesa, su come funziona a livello di istituzione, su come funzionano lo IOR e le finanze vaticane. Soprattutto ha richiesto di “riprendere in mano” tanti aspetti filosofici che avevo affrontato al liceo. Elementi che avevo appreso allora e che mi hanno accompagnato per tutta la vita ma che ora sono riemersi con prepotenza. L’idea del libro tra l’altro mi è venuta proprio a Piacenza, in Duomo, in una delle poche volte in cui sono stato in chiesa negli ultimi anni».

Per noi un colpo di scena. Ci racconti!

«Stavo facendo il padrino per la Cresima di mio nipote più piccolo.  L’ispirazione mi è venuta durante la messa per una cosa che ho visto. Questo mi ha fatto scattare la voglia di immaginare come avrebbe riscritto Dostoevskij i fratelli Karamazov se avesse vissuto ai nostri tempi. Ho ripreso in mano Dostoevskij che è stato uno degli autori che più hanno segnato la mia formazione. E’ partito un approfondito studio sull’autore, una ricerca anche filosofica da Pascal ai padri della Chiesa, dalla Bibbia a San Paolo e Sant’Agostino. Ho cercato di calarmi, dal di dentro, nel mondo che andavo a raccontare. Ho cercato di raffigurare al meglio non solo come funziona la chiesa ma anche come pensano i preti e le espressioni più alte della gerarchia ecclesiastica, i cardinali».

Che ritratto ne è uscito?

«Come tutti sappiamo la Chiesa è dilaniata da spaccature interne inimmaginabili fino a poco tempo fa, non solo quelle derivanti dalla grande divisione fra tradizionalisti e progressisti. Queste due fazioni, a loro volta, sono segnate da mille spaccature. Come racconto nel libro la Chiesa non è nemmeno sull’orlo di uno scisma: lo scisma c’è già stato, anzi più di uno. Uno scisma dentro l’altro, tanti quante sono e divisioni interne. Ho cercato di immergermi in questo mondo leggendo di tutto».

Quanto è durata questa “full immersion”?

«Un paio di anni circa. Il libro era grossomodo pronto già dodici mesi fa, dopo un lavoro di un anno e mezzo. Nell’ultimo anno l’ho rifinito. E’ un libro più ponderato rispetto ai precedenti».

Facciamo un passo indietro. Ci racconta cosa esattamente le ha fatto scattare la molla dell’ispirazione in Duomo a Piacenza?

«Eravamo seduti, io e mio nipote, sulle panche durante quella parte della cerimonia in cui i cresimandi vengono chiamati ad uno ad uno per ricevere l’unzione. Visto che il suo cognome inizia per zeta, eravamo fra gli ultimi e vedevo passare davanti a me gli altri ragazzi. Uno di questi era su una sedia a rotelle, portato all’altare da quello che ho immaginato fosse suo fratello maggiore. Il ragazzino aveva un handicap molto pronunciato; era completamente paralizzato, con anche la testa sostenuta. Mentre mi passava di fianco mi sono reso conto di come fosse felice, felice di andare a ricevere la cresima.  Fra me e me ho pensato “come fa ad essere così felice”. Mi è venuta l’unica risposta possibile: la fede. Credeva. Io non so ancora dire se credo o no. Lui, invece, credeva e mi sono chiesto come facesse a credere con tutto quello che gli era successo, con i problemi che aveva. Poi ho pensato che era l’unica cosa sensata: “se non credesse – mi sono detto – sarebbe ancora peggio. Credendo può dare un senso alla sua sofferenza. Se non credesse penserebbe o che quanto gli è successo non ha alcun senso oppure che qualcuno lo ha fatto apposta, perché il mondo è stato creato da qualcuno malvagio.  O c’è un Dio buono che può dare un senso a tutto o non c’è niente o Dio è malvagio. Davanti a questa alternativa pensare ad un Dio buono è l’unica cosa sensata da fare”. Mentre rimuginavo su queste considerazioni ho pensato anche che questo era il cuore dei Fratelli Karamazov. Era la contrapposizione fra Alëša ed Ivan Karamazov, l’uno quasi un angelo e l’altro “arrabbiato”. Un secondo dopo mi venuta l’ispirazione di dire “se Dostoevskij fosse vivo oggi come riscriverebbe i Karamazov?”».

Ha trovato una risposta e soprattutto l’ha trasferita nel romanzo?

«Il tema centrale dei Fratelli Karamazov è lo scontro fra il bisogno di credere, l’impossibilità di credere, l’assurdità del credere. Lui l’aveva declinato al modo dei suoi tempi. Allora il tema della Chiesa era centrale. C’era questa figura del grande inquisitore e Dostoevskij alla fine faceva venire i nodi al pettine sostenendo che la Chiesa aveva tradito il messaggio di Cristo, che era basato su una povertà estrema, per cercare il potere temporale, divenendo una sorta di Stato. Cosa che è tuttora. A questa, che era la sua critica centrale, ora come ora se ne possono affiancare tantissime altre. Sono emersi altri aspetti che a quell’epoca non erano presenti o perlomeno non erano noti o pubblicizzati. Tornando al discorso degli scandali finanziari ma anche a quelli della pedofilia, arriviamo al confronto con le altre religioni e con la perdita di identità che la Chiesa sta subendo, sia al suo interno per le lotte intestine sia anche nei confronti delle altre religioni. La Chiesa moderna nel voler dare a tutte le religioni pari dignità ha in pratica perso una sua identità. Il confronto con l’islamismo è emblematico. Questo ci porta anche ad un altro tema centrale che è la violenza religiosa. Tra l’altro riflettevo oggi di un’atra coincidenza, che libro esce proprio alla vigilia della strage al Bataclan a Parigi».

Ed anche a pochi giorni dai recenti attentati di Nizza e Vienna.

«Si. Ed è un libro che si apre proprio con un attentato jihadista. Tutte cose orribili. Se andiamo indietro di qualche secolo cose non meno orribili le ha fatte a Chiesa cattolica. Temi che mi affascinavano e che ho voluto affrontare, tirando fuori gli interrogativi di Dostoevskij, arricchendoli di tutte queste sfaccettature che forse all’epoca non c’erano o perlomeno non erano così pressanti ed emergenti come adesso».

Il tutto però sempre giocato in chiave di giallo.

«Patricia Highsmith, che è stata una delle più grandi gialliste della storia, diceva che anche i libri di Dostoevskij oggi sarebbero considerati dei gialli. Anche se lo stile di un libro nel 2020 è totalmente diverso perché la gente cerca cose da leggere velocemente, senza i lunghi periodi che usava lui. Siamo abituati alle serie tv. Ho cercato dunque di scrivere questi temi con un linguaggio moderno, con un ritmo velocissimo».

Lo scrivere questo libro ha cambiato, almeno in parte, il suo rapporto con la religione?

«Cambiare direi di no. Sono sempre alla ricerca. Anche questo è in qualche modo un romanzo alla ricerca di Dio. Il libro stesso si apre con un pensiero di Pascal che dice che Dio si è voluto nascondere. Proprio perché si è nascosto, in questo momento, il mio unico rapporto con Dio è quello di cercarlo».

A proposito di ricerca, dove trova il tempo di scrivere pur continuando a svolgere la sua professione di legale e senza far sì che sua moglie chieda il divorzio?

«Ormai ho una certa esperienza. Questo è il quarto libro. Uno, per ora, l’ho riposto nel cassetto; prima o poi tornerò a rielaboralo. Nel lock down ne ho scritto anche un altro, il quinto, perché da “L’Opzione di Dio” è nato un progetto più complesso, su cui però non voglio anticipare nulla. Ho capito che questo è un mestiere, un mestiere come un altro. Devi avere un’idea buona, devi saper scrivere, devi documentarti tanto e soprattutto devi lavorare con costanza, facendo poco ma sempre. Se ogni giorno ti dai l’obiettivo di scrivere una pagina … in trecento giorni hai scritto un libro. Senza rubare niente, o quasi, alla famiglia o al lavoro».

Quindi una pagina al giorno è il suo standard?

«Mediamente si. Ci sono giorni in cui non riesco a scriverne nemmeno una, giorni in cui ne scrivo due o tre. Nel corso degli anni ho messo a punto un metodo di lavoro. Impiego molto tempo nella costruzione del libro, con ricerca, documentazione, lettura. Poi c’è un’altra fase, che può anche essere precedente o parallela, che è quella di costruzione del libro. Una costruzione, direi scientifica, dello scheletro del libro, della scaletta.  Prima di scriverlo lavoro tantissimo per pensare alla struttura, a cosa far succedere. Dopo otto, nove mesi di questo lavoro ho in mano un canovaccio, una scaletta molto analitica, quasi capitolo per capitolo. A questo punto il lavoro di scrittura è fortemente semplificato. Ogni giorno so cosa devo fare. Poi devo scrivere e devo cercare di scrivere bene ma non ho il problema di dire “cosa scrivo”».

Come se avesse già costruito la cornice di un quadro, predisposto la tela, tratteggiato il paesaggio e dovesse dipingere i personaggi ed armonizzare il tutto.

«Qualcosa del genere. E’ un metodo che aiuta. Ci sono giornate in cui si scrive meglio o peggio, altre in cui non vengono le parole. Diciamo che in un’ora, un’ora e mezzo durante la settimana e qualcosa in più il sabato e la domenica si dà vita al romanzo. Le parti più lunghe sono sempre quelle iniziali. Superato il “baricentro” del libro si prende un ritmo quasi trascinante».

Qual è la soddisfazione più grande che le regala lo scrivere, considerando che ha già sufficienti gratificazioni professionali come avvocato? Perché scrive?

«Lo faccio perché sento di avere qualcosa da dire. Lo faccio se e perché ho dei temi che mi interessano. Non scrivo tanto per scrivere. Infatti sono uno dei pochi autori italiani di gialli a non avere un personaggio seriale. Scrivo se ho un’idea nuova che mi interessa non solo come scrittura ma anche per fare una riflessione più profonda sui temi che tratto. Quest’ultimo romanzo, come dicevo prima, è una riflessione del rapporto dell’uomo con Dio. Mi intriga trattare temi un po’ alti, ambiziosi. Nel momento in cui non avrò più idee che mi piacciano ed interessino non lo farò più.

Scrivere inoltre mi porta ad avere soddisfazioni. Ad esempio il rapporto con i lettori che mi scrivono. Persone che non conosco e che mi esprimono apprezzamento. E’ davvero appagante. Vuol dire che sono riuscito a trasmettere qualcosa».

 

Publicità

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il commento
Inserisci il tuo nome