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Morto Vincenzo Lodigiani. Fu a capo dell’azienda di famiglia che costruì le più grandi dighe del mondo

La Lodigiani, fondata a Piacenza dal nonno, costruì la diga di Kariba e tra il 1964 ed il 1968 trasferì i templi egizi di Abu Simbel, un'impresa ritenuta "impossibile. Fu travolta da Tangentopoli uscendone pulita dopo 13 anni

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All’età di 88 anni è morto l’imprenditore Vincenzo Lodigiani. Fu presidente della Lodigiani una fra le più importanti aziende di costruzioni italiane, fondata a Piacenza, da suo nonno Vincenzo, ad inizio del 1900.

La Lodigiani (come raccontavamo dettagliatamente in questo articolo) fu una vera eccellenza italiana in grado di costruire alcune delle più imponenti dighe del mondo fra cui la diga di Kariba, sullo Zambesi nell’attuale Zimbabwe, il più grande impianto idroelettrico mai progettato, un cantiere che vide impegnati 800 italiani ed oltre 5 mila a lavoratori locali. Molti dei connazionali venivano proprio da Piacenza.

L’impresa forse più nota dell’azienda fu, tra il 1964 ed il 1968, il trasferimento dei templi egizi di Abu Simbel, per evitare che venissero sommersi dall’acqua in seguito alla costruzione della diga di Assuan sul Nilo.

Vincenzo Lodigiani e la piacentina Emilia Ranza ebbero quattro figli Luigi detto Gino (1904), Silvia (1906), Paolo (1908) e Giuseppe (1918).

Nel 1960 Impresit Girola e Lodigiani diedero vita alla Impre.Gi.Lo. (Impresit Girola Lodigiani) s.p.a. di cui Paolo Lodigiani fu a lungo consigliere di amministrazione nacque poi la Impregilo spa (Impresit, Girola, Lodigiani) di fu consigliere di amministrazione.

Paolo morì nel 1979 dopo aver guidato per vent’anni l’azienda (dal 1943 al 1963) lasciando poi il timone al fratello Giuseppe che ne fu presidente dal 1973 al 1983.

Infine fu la volta della terza generazione dei Lodigiani: Vincenzo figlio di Gino, Mario, Paolo ed Enrico figli di Giuseppe.

Era la più importante impresa italiana del settore preceduta per fatturato solo dalla Cogefar appartenuta alla Fiat.

Vincenzo Lodigiani ne fu presidente ed in questo ruolo venne travolto, insieme alla sua azienda, da Mani Pulite, investito da accuse pesantissime. La conseguenza – come raccontò alcuni anni fa alla Cronaca di Piacenza – fu che i lavori non vennero più pagati e le banche chiesero il rientro dei prestiti erogati. Questo segnò l’inizio della fine. La famiglia decise comunque di difendere il proprio buon nome, pagando con risorse personali tutti i debiti con le banche e fornitori e ricollocando i dipendenti. Quello che restava venne fatto confluire in Impregilo, non coinvolta nella bufera giudiziaria.

Dopo 13 anni e 63 inchieste tutto finì in una bolla di sapone, senza alcuna condanna, ma ormai il danno era fatto e l’impresa distrutta «L’azienda la mia famiglia ed io – raccontò l’imprenditore – siamo usciti con le ossa rotte da questa vicenda e certamente l’avere superato questo periodo senza condanne non è un’adeguata compensazione».

Nel 1992 rispondendo alle domande di un giornalista del Secolo XIX di Genova proprio sulle vicende emerse  con Tangentopoli disse «Vincenzo Lodigiani, se deve pagare, pagherà. Ma la Lodigiani Spa è un patrimonio comune del sistema industriale italiano. Bisogna colpire gli amministratori di cui si accerteranno le colpe. Distruggere le aziende è assurdo».

Invece, purtroppo, fu quanto avvenne!

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