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Coli (Pc). Cacciatore di frodo piazza 60 trappole per catturare (in maniera crudele) volatili

L'uomo denunciato dai carabinieri forestali, utilizzava pesanti pietre. Gli uccelli, attirati da esche, restavano intrappolati sotto le ciappe morendo per asfissia o schiacciamento

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Sessanta trappole per uccelli disseminate in due diverse aree boschive nel comune di Coli. Le hanno individuate i carabinieri Forestali di Bobbio, nell’ambito dell’attività di contrasto alla caccia con mezzi illegali.

I militari hanno denunciato una persona ritenuta responsabile dell’utilizzo delle cosiddette “ciappe”, ovvero di trappole costituite essenzialmente da una grossa pietra piatta mantenuta sollevata ed in bilico da alcuni bastoncini di legno, sotto la quale vengono posizionate delle esche (nel caso  specifico bacche di ginepro e biancospino).

L’uccello, attirato dalle esche, urta i bastoncini e rimane schiacciato sotto la pesante pietra: intrappolandolo muore per inedia, soffocamento o schiacciamento.

Un metodo di caccia rigorosamente vietato dalla Legge 157/1992 e soprattutto particolarmente crudele a causa della lunga agonia cui spesso è soggetto l’animale catturato. Si tratta inoltre di un metodo di caccia “non selettivo”, in quanto non è possibile determinare in anticipo la specie di volatile catturata: ciò comporta la possibilità di catturare specie protette, la cui cattura e uccisione sono proibite.

I carabinieri per individuare il cacciatore di frodo hanno utilizzato anche “fototrappole”, piccoli dispositivi che, nascosti in prossimità di una delle ciappe, hanno permesso di realizzare fotografie e video di ottima qualità rendendo possibile riconoscere l’uomo. Le immagini ottenute mostrano l’indagato mentre preleva un esemplare di merlo rimasto ucciso dalla “ciappa”; si vede poi l’uomo che, prima di allontanarsi con il merlo, sistema nuovamente la trappola in modo da prepararla ad entrare nuovamente in funzione.

Ora dovrà rispondere di tre ipotesi di reato: esercizio della caccia con mezzi vietati, uccisione di animali ed anche furto aggravato ai danni dello Stato.

Esiste ormai una consolidata giurisprudenza in questo senso secondo cui “la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata nell’interesse della comunità nazionale ed internazionale”. Non avendo dunque l’accusato una regolare  licenza di caccia “ruba” alla collettività.

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