L’avventura di Chiara Oltolini, studentessa in Honduras per un anno

L'avventura di Chiara Oltolini, studentessa in Honduras per un anno

Sono ormai trascorsi due mesi da quando sono partiti i primi studenti di Piacenza che hanno deciso di affrontare un’esperienza di studio all’estero. Superate le inevitabili difficoltà iniziali di ambientamento molti di loro si stanno abituando alla nuova casa, alla “famiglia adottiva”, ai compagni di scuola. Sono ragazzi di diciassette anni che si sono lasciati volontariamente alle spalle tante certezze, quella bambagia in cui sono cresciuti. Ragazzi che sfidano sé stessi il luoghi lontani, talvolta agli antipodi, imparando lingue magari del tutto sconosciute.

Fra loro c’è Chiara Oltolini, di Podenzano. La contattiamo telefonicamente attraverso WhatsApp l’unico vero strumento che mantiene questi ragazzi vicini a casa pur essendo a migliaia di chilometri di distanza. Chiara si trova a Tegucigalpa, la capitale dell’Honduras.

Chiara come stai? Ci anticipavi via messaggio che hai la febbre.
«Al momento così e così. Mia “sorella” mi ha attaccato un virus. Sono a casa da scuola con febbre, mal di testa e mal di gola, Capita!».

Che scuola frequentavi in Italia?
«Il Romagnosi ad indirizzo turistico. Ho frequentato il terzo anno ed ora sarei in quarta».

Con che organizzazione sei e quando hai deciso di affrontare questa esperienza?
«Sono partita con Intercultura. Ho deciso esattamente un anno fa, ad ottobre. In realtà già quando ero al secondo anno ero andata alla riunione che c’era stata a scuola. Però tutti mi hanno consigliato di aspettare l’anno successivo ad iscrivermi, per fare poi la quarta all’estero. Mi era piaciuta l’idea ma ho ascoltato il consiglio».

Come avevi saputo di questi programmi all’estero? Te ne aveva parlato qualcuno o li avevi scoperti a scuola?
«A scuola grazie alla nostra prof di inglese. E’ la coordinatrice ed è molto interessata a queste esperienze. Ce ne ha parlato ed ha organizzato la riunione dove ho parlato con i volontari. Mi è piaciuto molto».

Che paesi avevi scelto? L’Honduras era ai primi posti?
«L’avevo messo come prima scelta. Ma anche tutte le altre opzioni erano in Centro-Sudamerica. Avevo messo Honduras, Messico, Repubblica Domenicana, Colombia, Bolivia, Argentina, Paraguay, Equador, Brasile. Come ultimo paese, non essendocene altri in Sudamerica, avevo messo gli Stati Uniti».

Contenta dunque che ti abbiano mandato proprio in Honduras?
«Assolutamente. Però, in realtà, mi è arrivato il risultato in febbraio ed ero una riserva. Non mi avevano preso subito come vincitrice. Ho pianto tutto il giorno! Il sette di marzo, dopo circa due settimane, mi è arrivata la mail in cui annunciavano che c’era posto e che avevo vinto la borsa di studio al sessanta percento».

Hai fatto festa a quel punto?
«Festa grande!».

Come mai avevi scelto tutti paesi Sudamericani? Studi spagnolo o per qualche altro motivo?
«Studio anche spagnolo, ma non era questo il motivo principale.  La lingua mi piace tantissimo. In generale mi piacciono tutte le lingue e lo spagnolo in particolare. All’inizio mi ero iscritta per fare sei mesi in Nuova Zelanda perché era un paese che mi … incantava. Durante la prima riunione tutti mi hanno sconsigliato i sei mesi ed allora ho optato per l’anno. Soltanto che in Nuova Zelanda l’anno non c’era. Ho pensato un po’ ed ho deciso per l’America del Sud. I ragazzi che erano venuti presentare l’associazione al Romagnosi erano stati a Panama e in Costarica e ne avevano parlato molto bene. Io poi sono, almeno all’inizio, un po’ timida.  In Sudamerica la gente è molto accogliente … feste, abbracci. Ho pensato che mi sarebbe stato più facile ambientarmi rispetto ad un paese del Nord dove sono più freddi».

E’ stato così?
«Si è stato assolutamente come me l’aspettavo».

Quando sei partita dall’Italia e che viaggio hai fatto?
«Il 15 di agosto, a Ferragosto. Sono andata a Roma con i miei genitori e i miei fratelli (ho due fratelli gemelli di 14 anni). Abbiamo trascorso una notte lì. Il mattino dopo ci siamo trovati, in albergo, con tutti i ragazzi in partenza.  Il giorno successivo abbiamo preso l’aereo per Amsterdam, poi per Atlanta dove abbiamo dormito in albergo. Infine abbiamo preso il volo per Tegucigalpa, la capitale dell’Honduras dove mi trovo ora».

Con destinazione Honduras c’erano altri italiani?
«Siamo in trentotto qui. Inoltre c’è un ragazzo finlandese, uno della Groenlandia ed una ragazza dalla Turchia».

Da chi è composta la famiglia che ti ospita?
«Una mamma, un papà, una nonna e una figlia che ha un anno meno di me. Ma siccome qui il sistema scolastico è diverso siamo in classe assieme, all’ultimo anno. Hanno anche una figlia di 30 anni (sposata con figli) ed un figlio anche lui già sposato. I due grandi vivono per conto loro ma vengono qui spesso con la nipotina. Si fa molta vita di famiglia».

E’ una famiglia in stile italiano o totalmente diversa?
«Vengono dalla Costarica. Si sono trasferiti qui per lavoro molti anni fa. Sono molto attaccati alla loro patria, non sono la classica famiglia honduregna ma mi trovo davvero bene, come fossi a casa mia; sono bravissimi. Già prima di venire si parlavano con i miei genitori italiani su un gruppo di WhatsApp. Si contattano, si mandano foto. Sono stata fortunata».

A scuola come va?
«Benissimo. Siamo in una classe di quarantadue persone. Io vengo dal Romagnosi dove eravamo in sedici. Mi piace molto di più una classe con così tanti compagni. Avevo scelto l’Honduras anche per un altro motivo. E’ l’unico paese con scuole bilingue. Le lezioni sono in spagnolo ed in inglese.  In realtà capisco molto meglio le materie in spagnolo. Parlano inglese americano … si mangiano molto le parole».

Ti sembra più facile o più difficile rispetto alla scuola italiana?
«Mi sembra più facile. Però andiamo a scuola dalle 7,20 di mattina alle 15. Le ore sono di 45 minuti e funziona come all’Università; sono gli alunni a cambiare classe, non ci fermiamo sempre nella stessa aula. Quindi il tempo passa meglio. Cambiamo compagni di banco, ambiente. Risulta più leggero».

Fate anche attività sportive o di altro tipo all’interno della scuola o si studia e basta?
«Fanno tantissime attività. Al sabato facciamo una sorta di alternanza scuola lavoro. Andiamo in un parco con un bosco a pulire le erbacce a curare l’ambiente.  Ci sono tantissime festività. Ad esempio c’è stato il giorno del niño, del bambino.  Sono venuti settanta bambini a scuola. Abbiamo preparato da mangiare e dei giochi. C’è stato il giorno del maestro e abbiamo cucinato per i nostri professori. La scuola è enorme. C’è anche la piscina ed il campo da calcetto, da pallavolo con gli spalti, da basket, un giardino immenso.  Per quanto riguarda lo sport sono nella squadra di calcio e di pallavolo. In Italia gioco a pallavolo (da quando ho sei anni). Giochiamo ma … non è che i miei compagni siano molto sportivi. Dipende un po’ dalle scuole. Quelli della mia scuola non lo sono per niente. Infatti mi sto informando per andare a giocare in una società seria … perché per me la pallavolo è uno sfogo».

Come ti hanno accolto i compagni? Hai fatto amicizia con i ragazzi del posto o stai con studenti stranieri?
«Con gli altri italiani e stranieri ci siamo visti soltanto una volta, ad un incontro di Intercultura. Ci dovremmo vedere sabato per la prima volta, fra noi amici italiani. Ho fatto amicizia con quelli della classe, con un gruppetto di una decina di compagni con cui mi trovo super-bene. Mi hanno già incluso. Anche gli altri sono tutti gentilissimi. Mi chiedono sempre come va, se ho capito le lezioni, se ho bisogno di qualche spiegazione. Adesso ci hanno anche dato un compito di arte. Dobbiamo fare un cortometraggio di 15 minuti. Dobbiamo scrivere il copione, girarlo. Lo sto facendo con il gruppetto di amici a cui sono più legata. E’ divertente incontrarci, registrare».

Sembri assolutamente entusiasta. Il cibo come è?
«Il cibo … il cibo mi piace … (a parte due o tre cose che proprio non riesco a mangiare). Mi dà qualche problema di stomaco. Ho avuto mal di stomaco, mal di pancia, cistite …».

Mangiano molto piccante?
«Si ma non sono obbligata mangiarlo. Lo mangio perché m piace abbastanza. Ma si può scegliere.  Ci sono anche piatti non piccanti. Mangiano, in generale, poca frutta e verdura e molta carne e uova. Anche alla mattina. In questa famiglia abbiamo l’abitudine di fare la colazione sempre assieme. E’ l’unico momento in cui ci siamo tutti. Si prepara a turno, una settimana a testa. Non è come in Italia che tiri fuori due biscotti, li mangi e vai. Qui si cucina … l’uovo, il riso, i panini». 

Hai avuto dei momenti di sconforto, nostalgia, tristezza?
«Particolarmente no. Mia mamma italiana (la mia mamma vera insomma)  l’ho sentita una sola volta via Skype e ormai sono trascorsi quasi due mesi. Ci scriviamo sul gruppo di famiglia. Una volta mi sono anche sentita con le mie due migliori amiche italiane. Non sento la mancanza. Qui sto bene. L’unico momento di sconforto l’ho avuto ieri quando mi è salita questa febbre alta (39). Mi è venuta voglia del mio letto, del mio divano, della mia coperta … della mia mamma».

Insomma, virus a parte, tutto perfetto?
«Se proprio devo trovare un aspetto negativo è che, vivendo in città, non posso uscire quando mi va. Bisogna aspettare di avere un passaggio in macchina … quando nel mio paese, a Podenzano, giro in bicicletta, esco quando voglio».

Questo perché è una città grande e c’è qualche pericolo?
«Io vivo in un complesso residenziale con le guardie. E’ molto sicuro. Non ho visto niente di preoccupante. Soltanto una volta ho sentito degli spari … mi sono chiesta cosa fossero, ma non ho visto niente».

Meglio così probabilmente …
«Si. Appena si va un fuori o nei paesi bisogna stare attenti. Ti dicono che non puoi girare da sola, con il telefono in mano. Niente bicicletta. A scuola vado con un il pulmino della scuola che si ferma davanti a casa».

Esci con i tuoi amici, con compagni di scuola, con tua sorella?
«Mia sorella qui è davvero brava. Mi trovo benissimo con lei e andiamo molto d’accordo. Più della musica sudamericana le piace quella coreana. … Come tutti i ragazzi non esce molto, nel weekend, anche perchè ci sommergono di compiti.  Ogni tanto io mi organizzo anche con gli amici. Al sabato, a volte, andiamo a mangiare fuori. Nella mia classe, come succede in Italia, ci sono tanti gruppetti.  C’è un gruppo che va spesso a ballare latino-americano. Mi sarebbe piaciuto andarci, una volta, ma mi hanno sconsigliato di uscire con loro perché bevono troppo. Comuque una mia amica, che è molto simpatica, ha promesso che mi porterà lei a ballare. Visto che abitiamo in città in generale tutti escono meno rispetto all’Italia».

Come è questa città. Raccontacela. Ha colori vividi, vivaci, come ci immaginiamo il Sudamerica?
«Qua in città nemmeno tanto. C’è invece molto verde. Non è una città come in Italia, sembra quasi di essere in campagna, è tutto montagna, collina, roccia. Mi piace molto. Quando vai nei paesi o nei quartieri residenziali è tutto colorato. Anche qui, dove vivo io, ogni casa ha un colore diverso: rosa, giallo, azzurro. Molto bello.  Nei paesi si percepisce anche la povertà. In città magari le strade non sono curate come in Italia ma non vedi altro. Invece nei paesi ti accorgi di tante persone povere».

Mentre la famiglia che ti ospita è benestante?
«Si è normale. La casa è comoda. Io ho la mia stanza. Prima avevano tre figli, ognuno con la sua stanza. E’ abbastanza grande. Condivido il bagno con mia sorella mentre i genitori hanno il bagno in camera. Viaggiano, vanno in Costarica, a Panama. Hanno abbastanza comodità».

Tu li segui quando viaggiano?
«Per adesso, insieme non abbiamo ancora viaggiato tanto. Mi hanno fatto vedere dei paesi. Siamo andati a fare canoa in un lago. Però stiamo progettando di andare al mare durante le vacanze di Natale ed in Costarica a Pasqua».

Tante avventure all’orizzonte. Tornerai a casa o la tentazione di restare in Honduras è forte?
«Ho voglia di restare qua, ma mi sa che dovrò tornare!!!».

Carlandrea Triscornia

 

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