Piacenza: razziavano case e cascine armati e sotto l’effetto di cocaina. Blitz in due campi nomadi

I suoi componenti non vivevano in ville lussuose con bagni d’oro e statue come i membri della famiglia Casamonica di Roma ma il gruppo criminale individuato dai carabinieri del Comando Provinciale di Piacenza aveva poco da invidiare ai “colleghi” laziali quanto ad organizzazione e metodi intimidatori.

Grazie ad un blitz scattato all’alba di oggi, e che ha visto impegnati 100 militari, un elicottero ed unità cinofile sono finite in carcere ventitre persone, una agli arresti domiciliari mentre uno dei criminali è riuscito a fuggire. In totale il Gip del Tribunale di Piacenza ha emesso 34 misure cautelari eseguite nelle provincie di Piacenza, Torino, Alessandria e Pavia. Le indagini, coordinate dal pubblico ministero Matteo Centini e condotte dai carabinieri sono partite nel febbraio 2017 ed avevano già portato in carcere un indagato “pescato” a Cortemaggiore (PC) con 100 grammi di cocaina. A 25 di loro viene contestata l’aggravante dell’associazione a delinquere.  Fondamentali per le indagini sono state anche le segnalazioni ai carabinieri di Villanova da parte dei cittadini di Villanova che avevano notato un’auto sospetta aggirarsi per strada.

La gran parte dei fermati sono italiani di etnia sinti e vivevano nel campo nomadi di Caorso, mentre quattro sono stati arrestati nel campo di Piacenza. In una casa di Caorso sono state trovate anche munizioni.

A capo dell’organizzazione R.B. 52 anni italiano, un cosiddetto Gagè (chi non è di etnia Rom) ma sposato, secondo il rito dei nomadi, con una donna di origini sinti che comandava la componente femminile della banda.

Vari i fronti su cui gli arrestati operavano, con metodologie preoccupanti: gli uomini assumevano cocaina, salivano in macchina muniti di armi e sceglievano un’area da rastrellare. Passavano metodicamente di abitazione in abitazione, di cascina in cascina e rubavano qualunque cosa gli capitasse fra le mani, telefoni cellulari, computer, gioielli. Sono sospettati di essere gli autori di almeno 40 furti nella provincia di Piacenza (da Pontenure a Calendasco, da Carpaneto a San Pietro in Cerro ed anche nel capoluogo).

Si calcola che mettessero a segno 3 o 4 colpi al giorno; dopo di che non rientravano subito nel campo nomadi ma si fermavano in due basi sicure, una a San Nazzaro e la seconda a Caorso, proprio di fronte alla chiesa. Attendevano che le acque si calmassero e poi tornavano alla base e facevano rapporto al capo, rendicontando tutto ciò che erano riusciti ad afferrare. L’uomo governava le sue truppe con il pugno di ferro e dalle indagini risultano anche violenze nei confronti della “moglie”.

Un’associazione, secondo i carabinieri, radicata, con molti componenti, con una rigida divisione gerarchica dei compiti e «con una elevata pericolosità sociale» come ha sottolineato il Procuratore Capo  Salvatore Cappelleri, durante la conferenza stampa odierna.

Sulla strada normalmente venivano mandati i criminali più giovani che talvolta spaccavano i finestrini di auto in sosta, rubavano borsette per poi usare carte di credito e bancomat. Sono anche accusati di aver commesso 4 rapine, di cui una a Cremona, una a Santo Stefano Lodigiano ed una a Castelvetro.

Anche la spesa nei supermercati veniva ovviamente effettuata in maniera fraudolenta, arraffando quanto possibile dagli scaffali e senza pagare nulla.

Le donne avevano un ruolo ben preciso quello di “dedicarsi” agli anziani ed ai più deboli (fra cui alcuni portatori di handicap) che venivano raggirati con le consuete truffe: talvolta fingevano di essere in situazione di indigenza e necessità per impietosire le vittime, altre volte simulavano infortuni od incidenti stradali ed estorcevano agli anziani somme importanti, anche superiori a 1.500 euro.

Un capitolo a parte merita il commercio di materiali ferrosi, altra redditizia attività della banda. Tutti i metalli rubati durante i furti venivano portati presso due ditte specializzate, gestite da piacentini (anch’essi arrestati), una situata a Piacenza ed una a Calendasco.

Per un certo periodo i componenti del sodalizio criminale avevano spadroneggiato all’interno dell’isola ecologica di Caorso, impadronendosi di tutti i rottami metallici di loro interesse e vendendoli poi alle due aziende compiacenti, ovviamente in nero. Tutto finché il sindaco, Roberta Battaglia, aveva deciso che la misura era colma e che quelle persone andavano tenute fuori dalla discarica. Per nulla soddisfatto del provvedimento il capobanda, il 10 febbraio del 2018, si era recato in Municipio ed aveva minacciato il primo cittadino con parole forti che suonavano più o meno così «Se non ci fai lavorare dentro la discarica non ci resta che andare in giro a rubare. Hai capito … donna?».

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