Quando la città della coppa multa “il culatello” posato sui gradini

Non bastavano i furbetti del cartellino, i bimbi degli asili maltrattati dalle maestre, la vicenda Caruso, il sacerdote accusato di abusi, il selfie in stazione davanti alla donna investita dal treno, il Klimt rubato e ritrovato, la caserma di via Caccialupo, i 600 euro dell’onorevole Murelli.

In una Piacenza che sembra inesorabilmente attratta da un marketing territoriale al contrario evidentemente occorreva un ennesimo caso in grado di farle riguadagnare le prime pagine dei giornali nazionali. Ecco dunque comparire la vicenda agostana delle “chiappe sui gradini che scottano”.

Tutto nasce, come noto, dall’ordinanza emanata il 6 agosto 2020 dal sindaco Patrizia Barbieri che prevede l’interdizione alla seduta sugli scalini del Duomo e del Gotico oltre che in piazzetta Plebiscito ed all’ingresso della galleria Politeama a causa dell’impossibilità di rispettare “la misura di distanziamento sociale interpersonale di 1 metro”.

Se a Capri si può capire l’intervento del primo cittadino per limitare i rischi del sovraffollamento nella celebre Piazzetta, a Piacenza, in un centro storico vocato alla desertificazione, resta da capire quando mai si siano verificati assembramenti tali da richiedere un provvedimento così restrittivo con sanzioni da  € 400 a € 3.000.

Come in svariati altri angoli del mondo il Covid sembra diventare motivo per una compressione dei diritti, per una deriva di autoritarismo che non sempre ha realmente a che fare con la lotta al virus e che darà lavoro plurimo ai giudici di pace.

All’ombra di palazzo Gotico sorge spontaneo il sospetto che la ragione alla base dell’ordinanza sia (più del Coronavirus e del suo contenimento) quanto esplicitato in un capoverso della stessa: “il permanere di giovani e non più giovani genera sovente assembramenti tendenzialmente incontrollati, caratterizzati in alcune circostanze anche da schiamazzo. La presenza di più persone assembrate nelle suddette aree cittadine crea inoltre occasioni di bivacco, con consumazione di bevande, anche alcooliche, situazione che si ripercuote sul decoro urbano e sulla corretta conservazione del patrimonio storico/culturale cittadino”.

La malattia si è cioè fatta opportuna ragione per assestare vigorosi colpi di saggina a situazioni di degrado su cui, in tre anni, la Giunta che governa la nostra città non era riuscita ad incidere.

Come in piazzetta Plebiscito, divenuta H24 “libera sala sbornia cittadina” oltre che latrina en plein air per cani ed umani dalla vescica affaticata.

Oppure come in piazza Cavalli dove, dalla fine del lock down, scorrazzavano indisturbate, ma assai disturbanti, compagnie multietniche di giovani e giovanissimi inclini al confronto fisico, tanto da richiedere – in più occasioni – l’intervento di polizia locale e di forze dell’ordine varie per calmare i bollenti spiriti.

Se il problema era quello delle “cattive frequentazioni” perché non adottare un provvedimento ad hoc chiamandolo per nome e cognome senza usare il Covid come leva per ottenere il risultato a lungo inseguito?

Pur volendo accantonare la genesi della norma anti-seduta e la sua “ratio” a lasciare perplessi sono soprattutto le sanzioni comminate con rigida determinazione nonché la mancanza di un qualsivoglia “avviso ai sedenti” che metta in guardia le stanche terga dal pericolo che si corre a posarsi sui monolitici gradini. Parrebbe repressione più che prevenzione.

Anche a Roma, il sindaco Raggi ha adottato (non ora e non per il Covid) ordinanze che vietano di consumare cibi, bagnarsi, arrampicarsi o sedersi sui marmi delle fontane artistiche della Capitale o sulla scalinata di piazza di Spagna. Divieti accompagnati da cartelli multilingua che esplicitano la restrizione e danno conto delle sanzioni. Si stampano per pochi euro, non deturpano ed evitano che ignari cittadini siano multati per aver violato un divieto che non conoscono.

Perché se è vero che la legge non ammette ignoranza, è anche vero che non tutti leggono i giornali e le bacheche Internet dei municipi e che non tutti i fondoschiena sono targati Piacenza. Possono anche appartenere a turisti e foresti: accoglierli con multe salate equivale ad ottenere un bello zero per la “location” come direbbe chef Alessandro Borgese.

Perché, restando in tema gastronomico è vero che siamo la città della coppa DOP e che difendersi dai cugini parmensi ruba-salumi è legittimo e doveroso, Ma non si può odiare così tanto il culatello da arrivare a multarlo appena si appoggia sui patrii gradini!!

 

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